La diagnosi ecografica della calcolosi della colecisti

Settembre 14, 2020 by Brunella0
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Per una diagnosi corretta della calcolosi della colecisti, e più in generale dei disturbi che interessano il tratto biliare, non si può fare a meno dell’imaging. L’ecografia può essere eseguita solo dopo che il paziente ha affrontato un periodo di digiuno e si esegue per via transaddominale: essa permette di ottenere informazioni strutturali e di rilevare le masse epatiche.

I pregi offerti da questa tecnica sono molteplici, sia dal punto di vista economico (è la più conveniente) sia sotto il profilo della sicurezza. L’ecografia è la procedura migliore a cui si possa ricorrere per visualizzare la colecisti e il sistema biliare in generale.

Durante il digiuno la colecisti viene rifornita di bile dal fegato attraverso le vie biliari intra-epatiche e appare distesa alla ecografia, come un sacchetto, con pareti sottili e contenuto ipoecogeno (nero) alla ecografia. E’ proprio per vedere ben distesa la colecisti che si richiede ai Pazienti un digiuno di almeno 3 ore. Durante questo digiuno ci si deve astenere anche da altri agenti colagoghi (cioè che svuotano la colecisti), come il fumo di sigaretta, le caramelle e il caffè.

Quando c’è bisogno dell’ecografia

Grazie alla diagnosi ecografica è possibile, tra l’altro, distinguere tra le cause di ittero intraepatiche e quelle extraepatiche, ma anche provvedere a una valutazione del tratto epatobiliare in soggetti che presentano dolore in corrispondenza del quadrante addominale superiore destro. Inoltre, essa consente di effettuare uno screening per eventuali anomalie che riguardano le vie biliari.

Un’ecografia endoscopica può contribuire ad affinare ancora di più l’approccio nei confronti di possibili anomalie epatobiliari, tenendo presente che un’ecografia permette di vedere quasi sempre anche i vasi sanguigni, il pancreas e i reni, misurando le dimensioni della milza per una verifica di splenomegalia.

I calcoli

Evidenziati attraverso un’ecografia, i calcoli generano degli echi intensi con un cono d’ombra posteriore il cui movimento dipende dalla forza di gravità. Per i calcoli della colecisti che hanno un diametro maggiore di 2 millimetri l’ecografia transaddominale si dimostra molto accurata, con un livello di sensibilità che supera il 95%.

Va notato che le ecografie endoscopiche sono anche in grado di rilevare, nella via biliare o nella colecisti, calcoli di dimensioni molto contenute, sotto il mezzo millimetro di diametro: in gergo tecnico, si chiama microlitiasi.

Che cosa si può scoprire con un’ecografia

Attraverso un’ecografia endoscopica e transaddominale, inoltre, è possibile notare la presenza di una miscela di bile e materiale particolato che prende il nome di fango biliare: si visualizzano degli echi di bassa intensità collocati nella parte della colecisti declive senza cono d’ombra. Si possono riscontrare delle difficoltà in una diagnosi ecografica che riguarda persone obese o soggetti con gas intestinale.

Per ovviare a questo problema si può fare affidamento all’ecografia endoscopica, che all’estremità di un endoscopio integra un trasduttore ecografico: in questo modo si può beneficiare di una risoluzione dell’immagine più elevata anche nel caso in cui vi sia del gas intestinale.

I calcoli della colecisti

Nella maggior parte dei casi la colecistite determina un calcolo incastrato nel collo della colecisti e un aumento dello spessore della parete, che arriva a superare i 3 millimetri. Nel momento in cui la sonda ecografica va a palpare la colecisti, inoltre, si avverte dolore. La dilatazione dei dotti biliari indica un’ostruzione extraepatica: essi, visti con un’ecografia endoscopica o transaddominale, si presentano come strutture tubulari anecogene. L’ecografia può, tuttavia, non essere in grado di rilevare un’ostruzione intermittente o precoce da cui non deriva alcuna dilatazione dei dotti.

L’elastografia ecografica

Infine vale la pena di menzionare l’elastografia ecografica, che permette di misurare la rigidità del fegato e, di conseguenza, giungere a una potenziale diagnosi di fibrosi epatica. Il trasduttore usato con questa procedura genera una vibrazione da cui deriva un’onda elastica. In sostanza si misura il livello di velocità di propagazione nel fegato dell’onda: in caso di rigidità epatica la propagazione è più accelerata. Un’ecografia transaddominale permette, invece, di rilevare le lesioni focali epatiche che hanno un diametro maggiore di un centimetro. L’ecografia è in grado di identificare le lesioni focali e viene quindi sfruttata per le biopsie.


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