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La TC Cone Beam per lo studio dei seni paranasali consente di usufruire di una conoscenza ottimale delle deviazioni del setto e delle formazioni addensanti in generale. Questo esame, inoltre, permette di studiare le settature antrali nella prospettiva di accessi chirurgici per osteo-integrazioni e la pervietà dei complessi ostio-meatali.

La TC Cone Beam ha il pregio di poter essere utilizzata anche per persone di giovane età, grazie alla quantità modesta di radiazioni che la contraddistingue. Vi si ricorre tra l’altro per esaminare le lesioni cistiche e le lesioni semicistiche, così come la loro tendenza a erodere le strutture viciniori o a impegnare gli spazi circostanti.

Perché c’è bisogno della TC Cone Beam per lo studio dei seni paranasali

L’esame può riguardare, poi, la pneumatizzazione dei turbinati, la morfologia e le simmetrie delle conche nasali e il livello di compromissione della mucosa di rivestimento parietale, in modo che possano essere individuate eventuali iperplasie o ipertrofie della mucosa stessa. Come si può intuire, la TC Cone Beam mette a disposizione una mole di informazioni molto consistente, ed è preziosa anche per scopi medico legali, oltre a favorire una programmazione più efficace degli atti medici chirurgici.

A chi rivolgersi per la TC Cone Beam

Per essere certi che la TC Cone Beam venga eseguita nel modo più accurato possibile e che l’esame venga pianificato in maniera ottimale, il consiglio è quello di sottoporsi all’esame in una struttura specialistica di radiologia con esperienza nella patologia odonto-maxillo-facciale: ciò assicura i più elevati standard di qualità per il post-processing dell’esame e consente di conservare un filo diretto tra il terapeuta e il diagnosta.

I vantaggi offerti dalla procedura sono molteplici, e hanno a che fare tra l’altro con la velocità con la quale questo esame può essere eseguito: sono sufficienti meno di 30 secondi, infatti, perché la TC Cone Beam possa essere portata a termine. È necessario che il paziente nel corso dell’acquisizione resti per quanto possibile immobile, anche se comunque l’esame è compromesso da artefatti da movimento solo in casi molto rari.

Quando conviene utilizzare la TC Cone Beam

Per un approccio moderno ed efficace allo studio dei seni paranasali e in generale alla patologia rino-sinusale, il Cone Beam costituisce uno strumento da cui non si può prescindere. Un tomografo volumetrico a bassa dose, infatti, garantisce una minima erogazione delle radiazioni prodotte.

La differenza tra una TC tradizionale e una TC Cone Beam è evidente: la prima produce radiazioni fino a 20 volte di più rispetto alla seconda. Non solo: l’entità delle radiazioni erogate da una TC Cone Beam è pari a quella dovuta all’esposizione alla radiazione di fondo BERT per quasi una settimana. BERT è l’acronimo di Background Equivalent Radiation Time, e indica una radiazione a cui tutti noi siamo sottoposti ogni giorno.

Le potenzialità della TC Cone Beam

Grazie all’impiego di un software, la TC Cone Beam può essere personalizzata e adattata alle esigenze più diverse. Per esempio è possibile sezionare il volume per tutti i piani dello spazio o inclinarlo come si vuole. In questo modo sono garantite ricostruzioni per l’asse anatomico migliore per ognuna delle strutture di interesse, che in genere sono orientate tra loro in modo differente. Questo aspetto è molto importante in modo particolare per correggere le imprecisioni di posizionamento del paziente che sono molto comuni.

Che cos’è la Cone Beam

Indicata anche con la sigla CBCT, che sta per Cone Beam Computed Tomography, la TC Cone Beam è una tomografia computerizzata a fascio conico: in altri termini si attua attraverso dei raggi X che hanno la forma di cono come tecnica di imaging biomedico.

Nel corso della scansione, lo scanner si muove intorno al capo della persona che si sta sottoponendo all’esame e permette di ottenere centinaia di immagini differenti, che vengono ricostruite dal programma che raccoglie i dati. A quel punto si ottengono le informazioni anatomiche richieste.


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La diagnosi delle malattie dei seni paranasali e del naso spetta allo specialista otorinolaringoiatra, che provvede a eseguire una visita ambulatoriale tramite una endoscopia nasale. Si tratta di un esame indispensabile per una valutazione adeguata della malattia. Nel caso in cui si colleghi un monitor con l’endoscopio (tramite una telecamera), il medico ha la possibilità di far vedere al paziente il quadro clinico.

In presenza di una poliposi nasale occorre fare riferimento a un esame radiologico con la tomografia assiale computerizzata o alla più moderna Cone Beam (CBCT) per valutare sia la gravità che l’estensione del problema, in quanto offre la possibilità di esaminare le strutture anatomiche che la patologia coinvolge.

Come si riconoscono le patologie paranasali

L’iposmia, che corrisponde a una riduzione parziale dell’olfatto, e l’anosmia, che corrisponde a una riduzione totale dell’olfatto, rappresentano due dei sintomi più comuni delle patologie paranasali, insieme con la cefalea frontale e l’ostruzione nasale.

Il naso viene considerato un organo nobile: il suo ruolo può essere paragonato a quello di un climatizzatore che lavora a beneficio dei polmoni. Esso costituisce la più importante porta di ingresso non solo degli odori, ma soprattutto dell’aria. Al tempo stesso consiste in un fondamentale meccanismo di difesa: nel naso l’aria viene riscaldata e umidificata, ma soprattutto purificata in virtù di un’azione protettiva che mette l’organismo al riparo dalle infezioni.

Che cosa succede all’aria nel naso

A prescindere dalla temperatura di ingresso, nel momento in cui entra nel naso l’aria è riscaldata e portata a una temperatura che oscilla tra i 31 gradi e i 34 attraverso le fosse nasali. Anche il suo livello di umidità viene innalzato, fino a un valore che può superare il 90 per cento. A questo punto l’aria, purificata, ha modo di raggiungere i polmoni: il passaggio nel naso ha consentito di eliminare quasi il 90 per cento delle particelle di almeno 4.5 micron di dimensioni. È tramite il sistema immunitario che la mucosa svolge la propria azione di contrasto alle infezioni nasali, ma un ruolo importante è anche quello attuato dalla clearance muco-ciliare, che ha un’azione difensiva e autopulente.

Che cosa succede quando ci si ammala

Nel momento in cui si verifica un’alterazione della clearance muco-ciliare, smette di funzionare il sistema rino-sinusale. Ne derivano, così, delle patologie flogistiche che in un primo momento si concentrano nel naso e nei seni paranasali, ma che in seguito possono arrivare all’albero bronchiale. Se ciò accade, si è in presenza di una sindrome rino-bronchiale.

Il ruolo della mucosa nasale è quello di agire come una barriera fisica nei confronti degli agenti irritanti e dei virus, tramite la produzione di secreto mucoso e di sostanze antinfiammatorie. Il secreto mucoso ricopre l’epitelio mucoso, che partecipa al sistema di clearance muco-ciliare, da cui dipende la corretta azione delle funzioni nasali.

Le infezioni batteriche e virali possono causare danni ai componenti della clearance muco-ciliare, che però può essere compromessa anche dalle allergie, dal fumo di tabacco o da agenti tossici presenti nell’ambiente o sul posto di lavoro.

Perché si manifestano le patologie paranasali

Quando la clearance muco-ciliare viene danneggiata, la componente vischiosa del muco aumenta, e al tempo stesso si verifica un incremento dei miceti e dei batteri, che si organizzano in modo da dare vita a un biofilm che è in grado di resistere a qualunque tipo di terapia antibiotica. Questo rappresenta, nella maggior parte dei casi, l’inizio di una rinosinusite acuta che può evolvere in una forma subacuta e che, se non viene trattata in tempo, si può trasformare anche in una forma cronica.

Non esistono sintomi che devono destare preoccupazioni, ma solo sintomi che è necessario saper riconoscere: il russamento e il senso di debolezza, ma anche il mal di testa e la bocca secca al risveglio, sono segnali che non devono essere trascurati.


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Qual è la differenza tra telecranio e cefalometria? Quando si parla di teleradiografia cefalometrica si fa riferimento a un esame che viene prescritto dai dentisti allo scopo di verificare le eventuali anomalie relative ai denti per ciò che riguarda la loro posizione, il loro sviluppo e la loro costituzione. Questo esame, che non è per niente doloroso e ha una durata breve, permette di valutare anche le ossa mascellari: il suo scopo è quello di ridurre, di eliminare del tutto o di prevenire le anomalie che vengono riscontrate, in modo che il profilo facciale possa essere riportato nella sua posizione migliore e che gli organi destinati alla masticazione possano essere mantenuti in posizione corretta.

La radiografia

La radiografia permette di rappresentare le strutture ossee e i punti che il dentista deve essere in grado di riconoscere per riuscire a definire le linee del tracciato cefalometrico con la massima precisione. Per questo motivo è utile sapere dove sono collocati i punti usati in cefalometria, così come le strutture anatomiche definite da essi. Per la diagnosi cefalometrica, la proiezione che viene utilizzata più di frequente è quella latero-laterale, ma è possibile sfruttare anche quella assiale e quella postero-anteriore.

A che cosa serve il telecranio

In sostanza la teleradiografia del cranio, nota anche con il nome di telecranio, consiste in una radiografia del capo che produce un’immagine grazie a cui possono essere compiute misurazioni accurate, attraverso l’analisi cefalometrica, delle caratteristiche e delle strutture del cranio.

Questo studio, come si è detto, può essere abbinato ai trattamenti ortodontici e in particolare alla panoramica dentaria che li precede. Il dentista, così, beneficia di una visione di insieme delle caratteristiche anatomiche del cranio: il telecranio è un esame che può essere svolto da tutti tranne che dalle donne in stato di gravidanza, a causa delle controindicazioni che hanno a che fare con l’esposizione ai raggi X.

Non è richiesta alcuna preparazione particolare prima dell’esame. Con il telecranio è possibile programmare degli interventi correttivi qualora vengano riscontrati il morso inverso, una malocclusione o altri problemi. Se si utilizza la proiezione postero-anteriore, si può ottenere una visione frontale di tutta la testa, utile per la rilevazione di possibili asimmetrie. Oltre a ciò, è possibile comprendere se i denti si trovano nella posizione corretta in relazione alle ossa e se è giuste la reciproca posizione delle arcate dentarie.

Come si svolge l’esame

Il paziente che si deve sottoporre al telecranio è tenuto a indossare un grembiule di piombo, grazie a cui il resto del corpo può essere protetto rispetto alle radiazioni che vengono prodotte. A questo punto la persona deve entrare nel craniostato, un apparecchio che è dotato di due prolungamenti che vanno messi nelle orecchie: così si può tenere la posizione giusta, in piedi. I denti vanno stretti, mentre lo sguardo va rivolto davanti a sé e le labbra devono essere lasciate morbide. Si tratta di restare immobili per non più di una ventina di secondi.

La cefalometria

Con la cefalometria, si ha la possibilità di usufruire di una classificazione più accurata delle varie disposizioni anatomiche (dentarie, alveolari e mascellari) nelle categorie dentarie, in quelle scheletriche o in tutte e due. Essa, inoltre, favorisce la caratterizzazione, che consiste nella descrizione delle condizioni esistenti dal punto di vista morfologico, patologico, fisiologico e anatomico.

Per l’analisi cefalometrica vengono presi in considerazione dei particolari punti anatomici: tra questi, il porion corrisponde al punto del condotto uditivo esterno più alto, il basion corrisponde al punto di passaggio tra la superficie endocranica e quella esocranica del corpo dell’occipitale e l’orion corrisponde al punto più basso del bordo esterno della cavità orbitaria che tocca il piano di Francoforte. Il punto pterigoideo, invece, è un punto costruito di giunzione tra il bordo posteriore della fessura pterigo-palatina e il bordo inferiore del foro grande rotondo.


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Le carotidi sono arterie molto importanti nel corpo umano, dal momento che hanno il compito di trasportare l’ossigeno e il sangue verso il cervello. Proprio per questo motivo è essenziale prevenire la loro ostruzione e, nel caso in cui essa si verifichi, curarla in modo appropriato per mezzo della chirurgia o con dei farmaci adeguati. Si tratta, in sostanza, di pulire questi vasi, anche per prevenire i forti rischi correlati agli ictus cerebrali.

Perché le carotidi si ostruiscono

La causa più importante della comparsa di stenosi in corrispondenza delle carotidi è rappresentata dalla malattia aterosclerotica. Accade, così, che si formino delle placche da cui possono derivare sintomi variabili: questi ultimi sono provocati dal distacco degli emboli, frammenti di dimensioni contenute che, venendo trasportati dal flusso del sangue, giungono fino al cervello e causano un danno. È, questa, la cosiddetta ischemia cerebrale. L’entità dei danni può variare a seconda delle circostanze: in alcuni casi si tratta di eventi di breve durata, mentre in altre situazioni si ha a che fare con veri e propri ictus. Si stima che la presenza di una stenosi carotidea è alla base di circa 2 casi di ictus su 10. Come si può intuire, dunque, intervenire sulle carotidi ostruite è di fondamentale importanza.

Che cosa si può fare

La stenosi carotidea è di tipo asintomatico nel momento in cui non si è ancora manifestato il disturbo: già in questo momento, però, è indispensabile che il problema venga trattato e affrontato in modo adeguato.

Si tratta di mettere in atto la cosiddetta prevenzione primaria, cioè quella che interviene prima ancora che il danno cerebrale si manifesti. Per poter procedere, però, è necessario individuare in primo luogo l’entità della stenosi, ricorrendo all’ecocolordoppler delle carotidi: è questo l’esame diagnostico a cui si deve fare riferimento per avere un quadro chiaro della situazione.

Le stenosi severe, che superano il 70 per cento, danno sintomi che invece compaiono di rado nel caso delle stenosi moderate, tra il 50 e il 70 per cento, o delle stenosi lievi, inferiori al 50 per cento.

I fattori di rischio

I fattori di rischio che possono portare all’ostruzione delle carotidi sono molteplici: il diabete, per esempio, ma anche l’obesità, il fumo, la dislipidemia e l’ipertensione. Ciò risulta ancora più vero nel caso in cui vi sia una storia familiare correlata all’ictus, fermo restando che l’aterosclerosi non è il motivo alla base di tutti i casi.

Come sempre, il suggerimento che si dovrebbe seguire è quello di adottare uno stile di vita sano ed equilibrato, con abitudini corrette: il che vuol dire non solo evitare o smettere di fumare, ma anche dedicarsi all’attività fisica in modo regolare e costante e basarsi su un regime alimentare salutare.

Per quanto riguarda il trattamento farmacologico, invece, i medicinali da assumere sono gli antiaggreganti e gli antipertensivi. Nelle persone che soffrono di diabete è fondamentale tenere sotto controllo la glicemia, mentre per abbassare al di sotto dei 100 mg per dl il valore del colesterolo LDL si può ricorrere a una statina.

La prevenzione

Le precauzioni che abbiamo appena indicato costituiscono l’approccio iniziale da prendere in considerazione per diminuire il rischio di ictus e, più in generale, per prevenire le diverse complicazioni che possono essere correlate alla malattia aterosclerotica, a cominciare dall’infarto miocardico: esse devono essere continuate nel tempo e vanno bene per stenosi di qualsiasi livello.

La correzione chirurgica per le carotidi ostruite è necessaria, invece, in presenza di una stenosi severa: si parla di endoarterectomia per indicare l’intervento che coinvolge la lesione carotidea. In pratica si rimuove la placca aterosclerotica dopo che è stata effettuata una piccola incisione sul collo; un intervento non complicato che di solito non richiede neppure l’anestesia generale. In alternativa, si può provvedere al posizionamento di uno stent.


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Spesso, in ambito medico, si sente parlare di una particolare malattia dell’aorta, la principale arteria del corpo umano che dal cuore porta il sangue al torace e alle gambe. Si tratta dell’aneurisma, che in caso di rottura causa una grave emorragia: quest’ultima provoca, nella maggior parte delle situazioni, la morte del paziente prima dell’arrivo in ospedale.

Ma cos’è esattamente l’aneurisma? Come è possibile diagnosticare in tempo tale malattia? È opportuno fare un po’ di chiarezza sull’argomento, così da comprendere l’importanza di un adeguato studio dei sintomi e, quindi, di una giusta prevenzione.

Cos’è l’aneurisma dell’aorta addominale?

L’aneurisma è, in parole povere, la dilatazione dell’aorta: il diametro dell’arteria cresce in maniera permanente, espandendosi talvolta anche del 45-50%. Il vaso sanguigno perde la propria elasticità, si indebolisce e alla fine si rompe, evento altamente doloroso e rischioso.

Tutte le arterie, in realtà, possono andare incontro ad aneurisma, ma il tratto addominale dell’aorta è il più soggetto a tale problematica. I sintomi variano, e in qualche circostanza sono addirittura assenti: non di rado la dilatazione del vaso è diagnosticata durante un esame di altro tipo. Alcune persone percepiscono un forte mal di schiena, dato che l’aneurisma tende a fare pressione sulle vertebre.

Come eseguire una diagnosi tempestiva

Uno dei primi esami da effettuare se si sospetta la presenza di un aneurisma è l’ecografia addominale, rapida, semplice e assolutamente non invasiva. A tale scopo si utilizzano gli ultrasuoni, emessi da una sonda a contatto con la pelle del paziente: le immagini, trasmesse a un apposito monitor, consentono di individuare sia gli aneurismi grandi sia quelli più piccoli. Di solito l’analisi viene poi ripetuta ogni 6 o 12 mesi, così da tenere sotto controllo la situazione e accorgersi di eventuali aumenti di diametro.

 

Se l’ecografia conferma la dilatazione dell’aorta addominale si procede con una TAC. La Tomografia Assiale Computerizzata è fondamentale soprattutto per pianificare un intervento chirurgico. Ad ogni modo, uno screening completo è essenziale per delineare il percorso di cura e per evitare la rottura dell’aneurisma: tutto ciò dimostra quanto sia indispensabile una corretta prevenzione.

 

I maggiori fattori di rischio

 

L’aneurisma dell’aorta addominale è più comune negli uomini che nelle donne, ed è incentivato da una serie di elementi connessi alla genetica e alle abitudini di vita. Per esempio, hanno più probabilità di incorrere in questa patologia coloro che fumano, che mangiano molti cibi grassi, che soffrono di pressione alta e che hanno altri casi di aneurisma in famiglia.

 

Gli esami preventivi, pertanto, si raccomandano soprattutto a chi rientra in queste particolari categorie. Lo screening diagnostico, come testimoniato dall’ultimo documento della U.S. Preventive Services Task Force, è necessario per scongiurare la rottura del vaso sanguigno.

 

Come curare l’aneurisma dell’aorta addominale

 

Vi sono alcuni aneurismi che non hanno bisogno di una terapia, ma che vanno semplicemente monitorati con ecografie regolari. Il trattamento è indicato per i diametri superiori a 5,5 cm, a meno che l’arteria non sia caratterizzata da un accrescimento rapido (che va oltre, cioè, i 0,5 cm in 6 mesi).

 

Se l’aorta addominale è sottoposta a rottura si deve procedere immediatamente con un’operazione, eseguibile con due modalità. La prima è quella chirurgica convenzionale, con incisione del torace e sostituzione del tratto interessato con una protesi creata in laboratorio; la seconda è invece quella endovascolare, con inserimento di un’endoprotesi nell’aorta. Quest’ultima tecnica prevede soltanto dei taglietti all’inguine, poiché il dispositivo artificiale viene collocato attraverso le arterie iliache o femorali.

 

Il trattamento endovascolare, o EVAR, è meno pericoloso per la vita del paziente ma costa di più e può essere svolto solo se l’aorta soddisfa determinati criteri. Sarà il medico a stabilire qual è l’intervento più adatto alle circostanze: ciò che conta è agire senza perdere tempo, sia con la diagnosi sia con l’operazione chirurgica.


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Negli ultimi anni, nel settore dell’implantologia dentale, sono stati adottati diversi procedimenti e strumenti innovativi, grazie ai quali la diagnostica odontoiatrica ha compiuto passi da gigante. È essenziale avere a disposizione mezzi all’avanguardia per esaminare nei dettagli le condizioni delle arcate dentali dei Pazienti: in questo modo diventa anche più semplice la programmazione degli interventi, predisposti sulla base delle singole esigenze.

Tra le soluzioni più apprezzate dagli specialisti di questo ramo vi è il cosiddetto Cone Beam 3D, il cui obiettivo è realizzare delle ricostruzioni multiplanari accurate della struttura ossea di mascella e mandibola. Questa tecnica di tomografia computerizzata, nota anche soltanto con la sigla CBCT, si serve dei raggi X ma si fonda su un metodo di ultima generazione, concepito nel rispetto della salute e del benessere delle persone. Il sistema in oggetto ha segnato una nuova frontiera in campo dentistico, e ha permesso a numerosi professionisti di formulare diagnosi precise al 100% e di organizzare operazioni chirurgiche efficaci anche in casi molto particolari.

Perché optare per il Cone Beam 3D?

Uno dei maggiori vantaggi del Cone Beam 3D consiste nella sua straordinaria versatilità. Esso, innanzitutto, costituisce un validissimo supporto nel ramo dell’implantologia: questa forma di tomografia consente di verificare lo stato dell’arcata dentale superiore e di quella inferiore, lo spessore e l’altezza di osso disponibile e altri dati indispensabili per una corretta installazione dell’impianto.

Il CBCT, in più, rappresenta un prezioso alleato per coloro che devono svolgere interventi di estrazione dei denti. Prima di agire è necessario avere ben chiaro il quadro della situazione, obiettivo facile da raggiungere con una tecnica tanto avanzata.

Non bisogna dimenticare che il Cone Beam 3D ricopre un ruolo di rilievo in ortodonzia. Macchinari così sofisticati sono eccellenti in ambito clinico. Le immagini ottenute sono sempre nitide e particolareggiate, affinché il medico sia immediatamente in grado di elaborare il miglior percorso di terapia a seconda del contesto.

I lati positivi del Cone Beam 3D

Il CBCT, come già sottolineato in precedenza, prevede l’uso dei raggi X. Questi ultimi vengono irradiati in modo diverso dal solito, in un’area a forma di cono: con uno stratagemma del genere la zona ricoperta è di gran lunga più ampia rispetto a quella delle tomografie computerizzate tradizionali. A parità di dose erogata viene coperta un volume più ampio, con minuziosi e dettagliati risultati.

Un altro vantaggio è la rapidità dell’analisi, che dura pochi secondi e può essere eseguita con il Paziente in posizione eretta. Anche i soggetti più timorosi si sentiranno a proprio agio e, in men che non si dica, saranno fuori dallo studio radiologico dopo aver conosciuto la propria situazione in maniera approfondita.

Non bisogna dimenticare un ulteriore pro del Cone Beam 3D, forse il più importante di tutti: la sicurezza della procedura. Le persone che scelgono di sottoporsi a questa tecnica sono esposte a una dose di radiazioni assolutamente inferiore a quella delle classiche TAC. In linea di massima, i raggi sono ridotti di circa 50 volte: ciò ha una ricaduta senza dubbio positiva sulla salute degli individui.

Come si evince da questa panoramica, il Cone Beam 3D è conveniente sotto molti punti di vista. Gli strumenti adoperati garantiscono performance elevate e veloci, e le sfere di applicazione sono varie – non solo l’implantologia in sé e per sé, ma anche la chirurgia dentale ed estrattiva, il settore oncologico e tanti altri. È essenziale che una metodologia scientifica sia estendibile a numerosi campi, e il CBCT soddisfa pienamente questo standard.

La quantità di immagini ricavate dipende tanto dalla volontà dell’operatore (per ottenere immagini migliori bisogna comunque erogare più dose), quanto dalle caratteristiche dei dispositivi e dalla presenza di impianti dentari già in sede che possono creare artefatti tecnici. Ad ogni modo, alla fine si ha una raffigurazione tridimensionale della bocca del Paziente, composta da voxel e utilizzabile per dar vita a modelli grafici a loro volta tridimensionali.


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La caviglia è, con ogni probabilità, la parte del corpo che maggiormente rischia di andare incontro a distorsione. Con questo termine si indica un particolare tipo di lesione, che ha origine nel momento in cui i legamenti e la capsula articolare sono costretti a sopportare un movimento troppo intenso per la loro resistenza. Pensiamo, in parole povere, alla cosiddetta “storta”: l’articolazione subisce un’inversione, mentre la pianta del piede si orienta bruscamente verso l’alto e verso l’interno.

Come si manifesta una distorsione alla caviglia? Presso l’area interessata si percepisce un dolore pungente, seguito da gonfiore e talvolta da un ematoma. Nelle situazioni più gravi, tali sintomi si estendono al resto del piede fino alle dita. È importante, quindi, recarsi quanto prima da uno specialista sia per verificare l’entità del danno, sia per intraprendere subito il percorso di cura più adatto.

Da cosa è provocata la distorsione

Le condizioni in cui avviene una distorsione alla caviglia possono essere divise in due grandi categorie:

  • le attività quotidiane comuni;
  • lo sport, specialmente i giochi di squadra e gli allenamenti di atletica;

Fattori predisponenti possono essere le caratteristiche intrinseche dell’articolazione, che possono incidere  sulla mobilità della caviglia, nonché l’elasticità dei tessuti e la capacità istintiva di controllare i movimenti. Per quanto concerne invece le attività giornaliere, a volte anche una semplice camminata può portare a una distorsione: spesso, mentre passeggiamo o scendiamo le scale, appoggiamo male il piede e corriamo questo rischio.

Si considerino, infine, i contesti sportivi, dai match di calcio e rugby alle discipline che includono i salti, dalla corsa alle partite di pallavolo. In effetti, si stima che il 40-45% dei casi di distorsione alla caviglia sia connesso proprio a simili situazioni.

Gli esami diagnostici

Partiamo da un presupposto fondamentale: in genere, se il trauma è serio, non è possibile eseguire immediatamente delle analisi approfondite per l’eccessivo gonfiore. In queste circostanze si effettua un primo controllo di emergenza, dopodiché si attendono circa 5 giorni per la radiografia, per la ecografia o per la risonanza magnetica.

Il professionista più indicato per svolgere gli esami in oggetto è il medico radiologo, dotato sia delle competenze adeguate sia dell’attrezzatura più funzionale. La radiografia è particolarmente consigliata se c’è il sospetto di una frattura: per confermarlo o smentirlo, prima di procedere con l’analisi diagnostica ci si affida spesso ai famosi criteri di Ottawa. Si vede, cioè, se la caviglia del paziente è in grado di reggere il peso del corpo per più di quattro passi, e se il dolore si concentra sull’osso navicolare al centro del piede, sul malleolo o sul metatarso.

L’ecografia consente di valutare le strutture tendinee e legamentose della caviglia anche con acquisizioni cosiddette dinamiche, cioè mentre si fa muovere attivamente o passivamente la caviglia cercando di escludere limitazioni funzionali spesso suggestive per lesioni che altrimenti sarebbero misconosciute.

La risonanza magnetica non è riservata a tutti, bensì solo a coloro che necessitano ipoteticamente di un’operazione chirurgica. Con questo esame si ottiene un’immagine dettagliata della caviglia e delle sue condizioni; non sono previste radiazioni X, poiché si sfrutta soltanto la fisica dei campi magnetici. Tuttavia, qualora il risultato sia poco chiaro (il che avviene di rado) è possibile optare per una TAC.

I tempi di recupero

Per quanto riguarda i tempi di recupero, essi variano in base alla gravità del danno e vanno da pochi giorni a un paio di mesi nei casi peggiori. Naturalmente un apposito programma di riabilitazione è di grande aiuto, ragion per cui bisognerebbe richiedere rapidamente un controllo. Al contrario, delle attività sportive o lavorative pesanti potrebbero rappresentare un ostacolo per la guarigione.

 

Per limitare il pericolo di distorsione, l’ideale sarebbe mantenere le caviglie in esercizio con una mezz’oretta di cammino al giorno. L’importante è che il terreno sia sicuro e privo di dislivelli, e che si indossino scarpe di buona qualità per contribuire al benessere del piede. Nella prima fase della riabilitazione, infine, si suggerisce l’utilizzo di uno strumento ortopedico adatto come una fascia elastica o un tutore.

Un tipo di ginnastica molto efficace nella riabilitazione della caviglia si chiama “propriocettiva” e ha l’obiettivo di “rieducare” il nostro istinto nel controllo della caviglia e del piede senza fare affidamento a strutture tendinee e legamentose lesionate.


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L’ernia addominale consiste nella protrusione dei visceri presenti all’interno della cavità addominale attraverso un’area di debolezza, collocata in corrispondenza della regione inguinale, della parete muscolare addominale. Tuttavia, non è detto che l’ernia sia sempre inguinale; se l’area di debolezza si trova all’ombelico, infatti, si ha a che fare con un’ernia ombelicale, mentre si è in presenza di un laparocele quando l’ernia si trova nel punto di una cicatrice di un intervento precedente. Le ernie sono riducibili quando possono essere riportate dentro la cavità addominale: è necessario, in ogni caso, agire con la massima delicatezza. Sono irriducibili, invece, le ernie che non permettono di rimettere all’interno della cavità addominale il tessuto addominale o l’intestino che riempiono il sacco erniario.

I sintomi di un’ernia

La presenza di una protrusione in corrispondenza dell’ombelico o dell’inguine è il sintomo più comune che segnala l’esistenza di un’ernia; in alcuni casi, comunque, l’ernia può comparire anche di lato, in corrispondenza della parete addominale. Dall’ernia deriva una tumefazione che sparisce nel momento in cui si è sdraiati e diventa più grande quando si sta in piedi; la sua consistenza è morbida, mentre non si avverte alcun dolore. Al massimo si può percepire una sensazione di peso, e tra gli uomini anche un certo fastidio che si irradia al testicolo. Quando si ha a che fare con un forte dolore, magari accompagnato da vomito e nausea, si manifesta quella che viene definita ernia complicata.

La diagnosi dell’ernia

Nella maggior parte dei casi, è sufficiente un normale esame clinico per eseguire la diagnosi di ernia inguinale. Sono poche le occasioni in cui c’è bisogno della diagnostica strumentale, a cui tuttavia si fa ricorso qualora l’esame clinico non dia certezze e non risulti dirimente. Si provvede, allora, a una ecografia: il medico radiologo è lo specialista più indicato per la sua esecuzione.

Per i pazienti obesi ci può essere bisogno di una TC addome per parete. Nel caso di atleti e sportivi, invece, non è da escludere l’adozione di una risonanza magnetica: in tali soggetti, infatti, i sintomi potrebbero essere confusi con quelli di una pubalgia o di altri problemi dei tendini o dei muscoli del tratto inguinale.

Non solo ecografia: la TC addome

La TC addome è sempre raccomandata, invece, in presenza di un laparocele, dal momento che tale esame permette di conoscere in modo più approfondito e sicuro l’effettiva estensione del difetto parietale: ciò permette di programmare il successivo intervento chirurgico con maggiore precisione.

Il trattamento dell’ernia

La riparazione tramite un intervento chirurgico rappresenta il solo trattamento possibile a cui si possa ricorrere per qualsiasi tipo di ernia della parete addominale, sia che si tratti di un laparocele, sia che si tratti di un’ernia ombelicale o inguinale. Il consiglio è di provvedere sempre alla riparazione, per evitare che l’ernia si possa strangolare. L’erniorafia e l’ernioplastica costituiscono i due principali approcci chirurgici a cui si può fare riferimento per il trattamento.

Che cos’è e come si effettua l’erniorafia

Nel caso dell’erniorafia, la porta erniaria viene riparata nella maggior parte dei casi attraverso una sutura diretta. Al giorno d’oggi questa tecnica è stata superata dall’introduzione di tecnologie chirurgiche più nuove e all’avanguardia; tuttavia vi si fa ancora affidamento per alcuni pazienti, specialmente in caso di comorbidità elevate.

Che cos’è e come si effettua l’ernioplastica

Il posto dell’erniorafia è stato preso dall’ernioplastica: in questo caso non solo si esegue la riparazione dell’ernia, ma al tempo stesso si provvede anche al rinforzo della parete. Ciò è possibile grazie alla cosiddetta mesh, che consiste in una rete realizzata con materiale plastico biocompatibile ed assorbibile. Sono due le tecniche tramite le quali è possibile eseguire l’ernioplastica: una è mini-invasiva, e prevede una laparoscopia; l’altra è l’incisione classica, una tecnica open.


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L’ecografia addominale è un esame che si basa sugli ultrasuoni per consentire di esplorare gli organi addominali: lo specialista più indicato a occuparsene è il medico radiologo. Gli ultrasuoni sono generati da una sonda che viene messa a contatto con la pelle. La sonda percepisce anche la riflessione degli ultrasuoni, che cambia a seconda della consistenza dei vari tessuti che vengono attraversati. Lo scopo delle ecografie addominali è quello di verificare la struttura, le dimensioni e la forma degli organi del corpo: si ottengono, così, informazioni anatomiche che permettono di diagnosticare eventuali patologie che potrebbero riguardare gli organi addominali.

L’aggiunta del Doppler

Nel caso in cui si preveda l’aggiunta del Doppler, si ha l’opportunità di valutare la vascolarizzazione di masse eventualmente presenti e di ottenere informazioni a proposito della circolazione nei vasi. La rappresentazione sul monitor dell’effetto Doppler può avvenire tramite segnali sonori e grafici, o in alternativa attraverso il color Doppler, che consiste in un effetto colore dentro ai vasi. Il ricorso a specifici mezzi di contrasto a base di bolle gassose consente, al giorno d’oggi, di amplificare ancora di più le potenzialità del Doppler e, quindi, di accentuare la sua sensibilità.

A che cosa serve l’ecografia addominale

Le ecografie addominali servono per la valutazione delle malattie del pancreas, e in particolare delle pancreatiti o della presenza di neoformazioni cistiche o solide. Tali esami, inoltre, sono raccomandati quando si ha a che fare con liquido libero o di raccolta all’interno della cavità addominale. Un accertamento diagnostico si rende necessario nel caso in cui vi siano delle alterazioni che riguardano i vasi arteriosi o venosi, come per esempio un incremento del calibro della vena porta o un aneurisma dell’aorta. Si fa affidamento su un’ecografia addominale, poi, per valutare le cirrosi e le epatiti, vale a dire le malattie epatiche croniche e acute, e le patologie renali, con riferimento in particolare alle ostruzioni delle vie urinarie, ai calcoli e alle nefriti, siano esse croniche o acute.

Quali malattie possono essere indagate tramite una ecografia addominale

Questo tipo di ecografia viene utilizzato anche per controllare la presenza di lesioni o masse che occupano spazio, come nel caso di un ascesso, di una cisti, di un tumore maligno o di un tumore benigno; lo stesso dicasi per le malattie dei linfonodi addominali, che si manifestano con aumento di volume, nonché delle patologie riguardanti la milza, le vie biliari e la colecisti, con ostruzione delle vie biliari o infiammazione della colecisti.

Come si svolge l’esame

Per l’esecuzione di un’ecografia addominale è necessario che il paziente sia a digiuno da non meno di 3 ore. La modalità di esecuzione è molto semplice, con la sonda ecografica che viene appoggiata direttamente sull’addome. Tra la pelle e la sonda viene applicato un gel di consistenza acquosa che serve ad agevolare la trasmissione degli ultrasuoni e lo scorrimento della sonda sulla pelle. Gli ultrasuoni sono del tutto innocui, almeno stando alle conoscenze di cui siamo in possesso oggi.

Come ci si prepara per un’ecografia addominale

Non c’è bisogno di adottare specifiche precauzioni per lo svolgimento di una ecografia addominale. Tuttavia, per limitare il meteorismo intestinale, è consigliabile evitare di consumare frutta e verdura nel giorno che precede l’esame. In caso di meteorismo addominale, infatti, la valutazione di alcuni organi, e in particolare il pancreas, può risultare complicata, specialmente per i pazienti in condizione di obesità. L’esame dura alcuni minuti e non provoca fastidi o dolori di alcun genere. Il paziente, a seconda dei casi, deve rimanere sdraiato, in posizione laterale o a pancia in su.


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Le alterazioni della funzione tiroidea rappresentano un disturbo piuttosto comune. Esse si distinguono in funzionali e strutturali: in questo secondo caso si ha a che fare con la presenza di cisti o noduli. Le cisti sono formazioni che molto di rado devono destare preoccupazione; lunghe fino a 7 centimetri, hanno un contenuto liquido. I noduli, invece, possono avere natura maligna o benigna: nel caso in cui siano parecchi e si aggreghino gli uni con gli altri, danno vita al cosiddetto gozzo multinodulare. In altre circostanze possono essere singoli; quando, però, raggiungono dimensioni importanti possono causare problemi alla trachea e ai nervi.

Che cosa fare in presenza di alterazioni della funzione tiroidea

Ovviamente, in presenza di alterazioni strutturaliche si tratti di cisti o di noduli – è indispensabile verificare la natura e le caratteristiche della formazione rilevata, in modo da accertare o scongiurare l’esistenza di un tumore alla tiroide.

Per quanto riguarda le alterazioni funzionali, invece, queste situazioni sono il frutto di uno squilibrio a livello ormonale. Quando la produzione di ormoni tiroidei è eccessiva si parla di ipertiroidismo; quando, invece, è inferiore rispetto alla norma si parla di ipotiroidismo.

L’ipotiroidismo e l’ipertiroidismo

La manifestazione tipica dell’ipotiroidismo comporta un rallentamento complessivo del fisico umano: chi ne soffre manifesta la tendenza a ingrassare, avverte freddo e si sente stanco. Altri sintomi tipici sono rappresentati da un aumento dell’affaticabilità e da un rallentamento dell’attività cardiaca. A volte nella donna si possono registrare irregolarità del ciclo mestruale, mentre sia tra i maschi che tra le femmine non si possono escludere disturbi dell’alvo.

Per ciò che concerne l’ipertiroidismo, invece, l’accelerazione del metabolismo fa sì che il soggetto tenda a dimagrire e soffra di sudorazione; sintomi tipici sono la stanchezza e le palpitazioni cardiache, oltre a sintomi di carattere depressivo o ansioso. Anche in questo caso possono capitare disturbi del ciclo mestruale tra le donne.

Che esami fare

In presenza di alterazioni della funzione tiroidea è necessario effettuare esami finalizzati a verificare la funzionalità della tiroide e il suo stato di salute. In particolare, l’ecografia doppler della tiroide consiste in un accertamento diagnostico che non è né doloroso né invasivo; essa non presuppone la somministrazione di radiazioni e, di conseguenza, può essere svolta anche dalle donne in gravidanza e, più in generale, da uomini e donne di tutte le età. Lo specialista più indicato per l’esecuzione di questo esame è il medico radiologo.

A volte può essere richiesta anche una scintigrafia tiroidea, che però rappresenta una eventualità piuttosto rara e comunque viene eseguita solo su consiglio di un esperto in patologie della tiroide.

Gli altri accertamenti

Nel caso in cui vi sia la necessità di rilevare fenomeni immunologici rispetto alle cellule tiroidee si può ricorrere a un test degli autoanticorpi tiroidei. Si tratta di dosaggi che devono essere compiuti unicamente qualora si sospetti l’esistenza di un danno tiroideo che viene evidenziato con un’ecografia, oppure quando è stata riscontrata l’alterazione di una funzione. Se, invece, si vuole capire se un nodulo è maligno o benigno si ricorre all’agobiopsia della tiroide. Quando l’alterazione della funzione deve essere accertata si procede al dosaggio del TSH reflex nel sangue.

Le terapie

Per le alterazioni della funzione tiroidea la terapia va valutata in base al problema riscontrato. In caso di ipertiroidismo, in particolare, si procede con la somministrazione di farmaci anti-tiroidei, ma in alcuni casi possono essere necessarie quelle che vengono definite terapie definitive, e cioè l’intervento chirurgico.

In caso di ipotiroidismo, invece, per sopperire alla carenza ormonale si sfrutta un ormone sintetico, che può essere assunto anche dai bambini o dalle donne in gravidanza. L’importante è tener presente che tutti i campanelli di allarme, come i sintomi elencati in precedenza, devono essere presi in considerazione con attenzione, anche perché la tiroide influenza praticamente tutte le cellule del corpo umano, e quindi la salute del nostro organismo. Nelle donne, le patologie tiroidee possono compromettere la fertilità e perfino causare aborti spontanei.


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