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15/Apr/2021

Ricorrere alla risonanza magnetica lombare è necessario quando si soffre di mal di schiena. Questo, infatti, è il metodo diagnostico privilegiato per quasi tutti i disturbi della colonna vertebrale, come per esempio la lombalgia. Individuare le origini del mal di schiena non è semplice, in quanto si tratta di un problema multifattoriale.

La risonanza magnetica lombo sacrale riguarda appunto la colonna lombare, che è la parte bassa della schiena. Si tratta di un esame sicuro e che non causa dolori di alcun genere; esso si basa su onde radio e un campo magnetico per generare su uno schermo delle immagini precise delle ossa e di tutte le altre strutture che compongono la colonna lombare.

Come si svolge la risonanza lombo sacrale

Per la rm rachide lombare viene adoperato uno scanner di risonanza magnetica formato da un magnete di grandi dimensioni, la cui forma ricorda quella di una ciambella, con in mezzo un tunnel, oppure un lettino solare, nel caso della risonanza magnetica aperta Il paziente viene fatto distendere su un lettino scorrevole che entra nel tunnel. Nel caso dei dispositivi per la risonanza magnetica aperta: si evita al paziente di entrare nel tunnel, andando incontro alle esigenze di chi soffre di claustrofobia.

Quanto dura la risonanza magnetica lombo sacrale

Chi sta per sottoporsi a questo esame di sicuro si starà chiedendo: la risonanza magnetica lombo sacrale quanto dura? Ebbene, nel corso della risonanza è necessario tempo per fare in modo che le posizioni magnetiche degli atomi del corpo vengano manipolate dalle onde radio e poi raccolte attraverso un’antenna che le trasmette a un computer.

A questo punto vengono generate delle immagini in bianco e nero trasversali del corpo, che possono essere ricostruite in 3D. Il paziente deve rimanere fermo per un periodo compreso tra i 30 e i 60 minuti; vengono effettuate più scansioni, tra le quali sono previste delle pause. Può essere che stando sul tavolo si senta freddo, ma si può rimediare con una semplice coperta.

A che cosa serve la risonanza lombare

Abbiamo visto la risonanza magnetica lombo sacrale come si fa; ma qual è la sua funzione? Questo esame è in grado di rilevare numerose patologie della colonna lombare: non solo i problemi alle vertebre, che sono le ossa che compongono la colonna vertebrale, ma anche quelli ai dischi, ai nervi, al midollo spinale e ai tessuti molli in generale.

In alcuni casi si può effettuare una risonanza magnetica alla schiena quando devono essere verificate le caratteristiche anatomiche della colonna lombare. La risonanza permette di individuare dei punti della colonna vertebrale nei quali si nota un restringimento anomalo del canale vertebrale, al cui interno è presente il midollo spinale, per cui ci potrebbe essere bisogno di un intervento chirurgico.

Le diagnosi possibili

Con la risonanza magnetica lombare è possibile valutare e approfondire diversi sintomi come i problemi con il controllo dell’intestino, la debolezza, il formicolio degli arti inferiori, l’intorpidimento, i dolori alle gambe e, appunto, il mal di schiena. Si può giungere a una diagnosi di ernia del disco, o di tumore, ma è possibile individuare anche una condizione infiammatoria che riguarda le vertebre, una infezione o un’anomalia dello sviluppo.

Non è detto, comunque, che il solo ricorso a una risonanza magnetica sia sempre sufficiente per capire quale sia la causa del mal di schiena. La valutazione di uno specialista è sempre indispensabile.  La lettura delle immagini di risonanza magnetica è compito esclusivo del medico radiologo che redige il referto. Poi il paziente con le immagini e il referto si recherà allo specialista clinico di riferimento (ortopedico, neurochirurgo o Fisiatra) per la terapia.


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17/Dic/2020

Nel corso degli ultimi mesi, da quando si è diffusa la pandemia da coronavirus, gli ambulatori medici hanno dovuto rispettare protocolli molto restrittivi dal punto di vista delle procedure di igienizzazione.

Anche i pazienti dello studio di radiologia CMC possono sentirsi al sicuro e avere la consapevolezza di non correre rischi quando visitano gli ambulatori: il rispetto delle norme in vigore è assoluto.

Qualunque sia la prestazione di cui si ha bisogno e qualunque sia l’esame a cui ci si deve sottoporre, se si frequenta lo studio di analisi CMC si ha la certezza di entrare in ambienti sanificati e igienizzati sotto tutti i punti di vista.

L’ igienizzazione covid 19 richiesta negli ambulatori medici

Le raccomandazioni relative alla sanificazione, all’igiene e alla sicurezza degli studi medici prevedono, in primo luogo, la necessità di contingentare le presenze all’interno degli ambulatori così da assicurare il rispetto della distanza minima tra le persone, valutata in 1 metro e 80 centimetri. A tal fine è necessario evitare qualsiasi ingresso non necessario, come quello degli accompagnatori.

All’ingresso a studio i Pazienti vengono invitati a disinfettarsi le mani all’apposito distributore di gel con fotocellula. Gli operatori indossano i guanti o si igienizzano le mani prima e dopo il contatto con ogni Paziente.

Le procedure di sanificazione devono essere rispettate per tutte le superfici a contatto frequente, come per esempio gli interruttori della luce, le maniglie delle finestre, le maniglie delle porte e i piani di lavoro.

A questo scopo vengono impiegati i prodotti a base di cloro, tra cui l’ipoclorito di sodio (vale a dire la varichina o la candeggina) e l’acqua ossigenata.

Come vengono sanificati gli ambienti

Poiché il contenuto di cloro della candeggina oscilla tra il 5 e il 10% mentre la concentrazione di cloro attivo che è sufficiente per consentire l’eliminazione dei virus è pari allo 0.1%, i prodotti usati per la pulizia vengono diluiti in acqua, ovviamente tenendo conto delle indicazioni riportate sulle etichette.

I prodotti a base di cloro attivo sono importanti anche per disinfettare i pavimenti. Si rimuove lo sporco più grossolano con un panno bagnato in acqua miscelata a detergente sgrassante; poi si provvede alla detersione vera e propria.

Al termine di tutte le visite mediche, le superfici di maggior contatto vengono igienizzate: una particolare attenzione deve essere riservata alle sedie, alle maniglie e ai piani dei tavoli.

I vantaggi della sanificazione

L’impiego di materiale sterile per ciascun singolo paziente da solo non è sufficiente per limitare il pericolo di infezioni; e anche disinfettare gli strumenti è una procedura utile che, però, non basta.

Anche nel caso in cui le attività di igienizzazione covid 19 e di pulizia vengano effettuate con regolarità, è bene tenere conto del fatto che una sterilizzatrice non può accogliere tutto quello che risulta contaminato dai virus o dai batteri.

La sanificazione degli ambienti dello studio di radiologia CMC rappresenta un gesto importante di rispetto e di cura verso tutti i pazienti, la cui salute viene tutelata. La sicurezza microbiologica degli ambulatori è garantita, nel rispetto delle norme in vigore in materia.

I vantaggi dell’igienizzazione covid 19

Per i pazienti, avere la certezza di entrare in un ambulatorio sanificato è senza dubbio un’occasione preziosa, anche dal punto di vista del comfort.

L’esperienza maturata nel corso di questi mesi per il contenimento del contagio da Covid-19 ha messo in evidenza che l’attenzione alle misure di sicurezza permette di ridurre i rischi, sia per i Pazienti che per il personale, ovviamente tenuto a indossare la mascherina e i guanti.

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09/Dic/2020

Quando si parla di ecocardio color doppler si fa riferimento a un’ecografia del cuore che prevede di utilizzare ultrasuoni, i quali vengono generati da una sonda che si posiziona sul torace del paziente che si sottopone alla visita.

Attraverso questo esame si ha la possibilità di analizzare il cuore in azione e di visualizzare l’anatomia cardiaca, in modo da riscontrare potenziali anomalie relative al movimento delle pareti del cuore, alle dimensioni delle camere cardiache o allo spessore delle valvole cardiache.

Tramite l’ecocardio color doppler, inoltre, viene effettuato uno studio accurato del flusso di sangue che passa attraverso le valvole cardiache, oltre che delle valvole stesse.

A che cosa serve l’ecocardio color doppler

È possibile, per esempio, ottenere delle valutazioni emodinamiche, con riferimento in particolare alle aree valvolari, alla portata cardiaca, al volume di gittata, alla funzione diastolica, alla funzione sistolica, alle pressioni intra-cardiache e ai gradienti di pressione. Tutte queste informazioni, in passato, potevano essere ottenute unicamente tramite uno studio invasivo eseguito con cateterismo cardiaco.

L’ecocardiogramma doppler, inoltre, permette di valutare la funzione ventricolare: si calcolano la massa e il volume del ventricolo sinistro, le dimensioni di tutte le strutture, la funzione sistolica dei diversi segmenti della parete dei ventricoli e la funzione sistolica globale. In più si misura la frazione di eiezione e si possono avere informazioni a proposito dello stato emodinamico del cuore, tanto in fase diastolica quanto in fase sistolica.

L’ecocardio color doppler in caso di malattie coronariche

Nel caso in cui l’ecocardio color doppler venga eseguito su un soggetto che soffre di una malattia coronarica, questo accertamento consente di giungere a una valutazione approfondita della situazione del miocardio. Ciò è possibile attraverso l’esame qualitativo della parete: cioè la valutazione dello spessore e della motilità.

L’ecocardiografia, da questo punto di vista, svolge una funzione di fondamentale importanza per ciò che concerne non solo la diagnostica della coronaropatia, per la quali esistono esami sicuramente con più elevata sensibilità e specificità, ma soprattutto la stratificazione prognostica dei pazienti che sono reduci da un infarto. Infatti con l’ecografia si può valutare l’entità del danno che ha determinato un insulto ischemico e questa valutazione ha un elevato valore predittivo sulla qualità di vita residua del paziente, nonché della sopravvivenza a lungo termine.

Un’altra risposta alla domanda “ecocardio color doppler a cosa serve?” va individuata nel riconoscimento dell’infarto del miocardio e nel suo trattamento precoce, ovviamente anche in relazione alle sue complicanze. Non va sottovalutato, poi, il follow-up dei pazienti che sono stati sottoposti a procedure di rivascolarizzazione cardiaca, sia in angioplastica che tramite la chirurgia, nei quali è importante quantificare il recupero della funzione cardiaca.

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Perché si ricorre all’ecocardio color doppler

Chi si sottopone a un ecocardio color doppler a Roma ha anche l’opportunità di ottenere una valutazione delle funzioni valvolari. Con questa ecografia, infatti, è possibile calcolare la gittata cardiaca, quantificare le pressioni dentro l’arteria polmonare e misurare le alterazioni delle protesi valvolari e delle valvole cardiache (non solo le insufficienze, ma anche le stenosi). In più, si misura l’entità dello shunt relativo alle comunicazioni patologiche fra le cavità cardiache.

Si ricorre all’ecocardio color doppler per valutare le cardiopatie congenite, ma anche per verificare il movimento delle pareti cardiache, con le relative anomalie. L’ecografia viene effettuata anche quando si ha la necessità di valutare il danno miocardico in soggetti che soffrono di patologie come il diabete, l’infarto del miocardio o l’ipertensione arteriosa. Altrettanto importante è la valutazione – sia di natura quantitativa che di carattere qualitativo – delle patologie delle valvole cardiache.

Informazioni molto preziose

Si vanno estendendo in misura significativa le indicazioni per l’esecuzione dell’ecocardio color doppler, visto che si tratta di una procedura che consente di ottenere un vasto assortimento di informazioni importanti che riguardano non solo la funzionalità, ma anche l’anatomia delle strutture del cuore.

In effetti quasi tutte le malattie cardiache trovano indicazione a questo esame, con riferimento soprattutto alla cardiopatia ischemica e alle malattie del cuore parietali e valvolari. È utile anche per la diagnosi di qualsiasi malattia cardiaca che colpisce le donne in gravidanza, visto che permette addirittura di giungere a una diagnosi di cardiopatie fetali congenite gravi intra-uterina.

Come viene effettuato l’esame

Il paziente deve essere disteso sul fianco (sinistro se l’esaminatore è destrimane) e il cardiologo appoggia sul torace una sonda che permette di esaminare il cuore del soggetto. Le immagini vengono visualizzate in tempo reale, e possono essere stampate o registrate in caso di necessità.

L’ecocardio color doppler è un esame del tutto innocuo che non provoca dolore; non è previsto l’uso di sostanze radioattive e non vengono emessi raggi X. Non serve una preparazione specifica.

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22/Nov/2020

L’esame Rx per transito intestinale è un test diagnostico non invasivo a cui si ricorre per valutare e comprendere le condizioni di una stipsi cronica causata da un rallentamento del transito intestinale.

La tecnica a bassa dose di radiazioni comporta che per sei giorni di seguito vengano assunti dei markers radiopachi in modo che il settimo giorno possa essere effettuata una radiografia singola della zona addominale. I markers sono cilindri di piccole dimensioni, non superiori ai 3 millimetri.

Per mezzo della radiografia si possono cogliere i tempi di transito intestinale sia a livello complessivo che in riferimento ai diversi segmenti colici: ciò avviene grazie a specifiche formule matematiche.

Come ci si prepara all’esame

Una volta che sono stati definiti il giorno e l’ora in cui la radiografia dovrà essere effettuata, nei sei giorni precedenti è necessario ricordarsi di assumere i markers: sono 5 cilindri da introdurre ogni giorno, sempre allo stesso orario, che deve corrispondere all’ora in cui la radiografia sarà effettuata.

Volendo è possibile provvedere alla somministrazione durante i pasti, avendo cura di non masticare i markers: è sufficiente mescolarli con dello yogurt, con un po’ di stracchino o con un cucchiaio di purè di patate. Nel totale dei 6 giorni dovranno essere assunti 30 markers, mentre il settimo giorno non ci sono cilindri da ingoiare.

Le interazioni con i farmaci

In previsione di questo esame non è necessario modificare il proprio regime alimentare o comunque apportare variazioni alla dieta che si è abituati a seguire. Non c’è neppure bisogno di sospendere la terapia medica. I markers sono sterili (vengono forniti in bustina sigillata) e non vengono assorbiti dall’intestino. Senza alcuna sintomatologia verranno via via eliminati con le feci in un arco di tempo che varia da Paziente a Paziente.

Ci sono, in ogni caso, alcune accortezze che devono essere adottate nei giorni in cui l’esame si svolge: infatti è bene evitare l’esecuzione di clisteri e l’assunzione di lassativi. Più in generale, non vanno assunti quei medicinali che sono in grado di compromettere la funzionalità dell’intestino: tra questi ci sono gli antibiotici, gli anticolinergici, gli antistaminici, il difenossilato, la morfina, la codeina e altri oppiacei.

A che cosa serve l’esame

L’esame è controindicato solo in caso di gravidanza, nota o presunta, considerato l’uso di radiazioni ionizzanti prima (diretta addome) e dopo l’assunzione dei markers (al 7° giorno); non ci sono, invece, effetti collaterali di cui preoccuparsi. Grazie all’esame Rx per transito intestinale si ha l’opportunità di riconoscere e identificare le due condizioni di stitichezza cronica più comuni, rappresentata dalla defecazione ostruita e dal transito rallentato.

L’esame, inoltre, consente di distinguere le stipsi vere e quelle false: ciò avviene tramite la verifica della quantità di markers residui dopo un terminato intervallo di tempo.

Che cos’è il transito intestinale rallentato

Il transito intestinale rallentato corrisponde a quella condizione nota anche come intestino pigro. Essa viene causata da una riduzione della peristalsi intestinale, che consiste nelle contrazioni dei muscoli enterici. Questi ultimi svolgono una funzione di primo piano in relazione all’assorbimento delle sostanze nutrienti che sono presenti negli alimenti.

Il sistema nervoso guida i muscoli involontari, i quali nel processo di contrazione si alternano facendo in modo che le sostanze nutritive possano essere assorbite e che il materiale di scarto venga diretto verso la parte finale dell’intestino, così che possa avvenire la loro eliminazione con le feci.

I sintomi del rallentato transito intestinale

L’alito cattivo al mattino, una sensazione di svuotamento incompleto e i crampi addominali sono alcuni dei sintomi tipici del rallentato transito intestinale. Rientrano in questa classificazione anche il dolore e il gonfiore addominale, la sensazione di pienezza e di nausea e il meteorismo. Si è in presenza di una situazione di intestino pigro quando l’evacuazione è causa di dolore e comporta uno sforzo eccessivo. Anche la frequenza di evacuazione è un parametro da tenere in considerazione: se è al di sotto delle 3 volte alla settimana si può parlare di intestino pigro.

Le cause del problema

Una volta che attraverso un esame Rx per transito intestinale si è giunti a una diagnosi precisa del problema, si può intervenire anche tenendo conto delle cause potenziali. Per esempio, la stitichezza e il rallentamento della motilità intestinale sono conseguenze normali del processo di invecchiamento.

Anche un abuso di medicinali può essere alla base del problema, specialmente se si tratta di antiacidi, di antidepressivi e di antipertensivi. Infine, non vanno sottovalutate le conseguenze di uno stile di vita sbagliato, magari perché troppo sedentario o fondato su abitudini alimentari inadeguate.


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14/Set/2020

Per una diagnosi corretta della calcolosi della colecisti, e più in generale dei disturbi che interessano il tratto biliare, non si può fare a meno dell’imaging. L’ecografia può essere eseguita solo dopo che il paziente ha affrontato un periodo di digiuno e si esegue per via transaddominale: essa permette di ottenere informazioni strutturali e di rilevare le masse epatiche.

I pregi offerti da questa tecnica sono molteplici, sia dal punto di vista economico (è la più conveniente) sia sotto il profilo della sicurezza. L’ecografia è la procedura migliore a cui si possa ricorrere per visualizzare la colecisti e il sistema biliare in generale.

Durante il digiuno la colecisti viene rifornita di bile dal fegato attraverso le vie biliari intra-epatiche e appare distesa alla ecografia, come un sacchetto, con pareti sottili e contenuto ipoecogeno (nero) alla ecografia. E’ proprio per vedere ben distesa la colecisti che si richiede ai Pazienti un digiuno di almeno 3 ore. Durante questo digiuno ci si deve astenere anche da altri agenti colagoghi (cioè che svuotano la colecisti), come il fumo di sigaretta, le caramelle e il caffè.

Quando c’è bisogno dell’ecografia

Grazie alla diagnosi ecografica è possibile, tra l’altro, distinguere tra le cause di ittero intraepatiche e quelle extraepatiche, ma anche provvedere a una valutazione del tratto epatobiliare in soggetti che presentano dolore in corrispondenza del quadrante addominale superiore destro. Inoltre, essa consente di effettuare uno screening per eventuali anomalie che riguardano le vie biliari.

Un’ecografia endoscopica può contribuire ad affinare ancora di più l’approccio nei confronti di possibili anomalie epatobiliari, tenendo presente che un’ecografia permette di vedere quasi sempre anche i vasi sanguigni, il pancreas e i reni, misurando le dimensioni della milza per una verifica di splenomegalia.

I calcoli

Evidenziati attraverso un’ecografia, i calcoli generano degli echi intensi con un cono d’ombra posteriore il cui movimento dipende dalla forza di gravità. Per i calcoli della colecisti che hanno un diametro maggiore di 2 millimetri l’ecografia transaddominale si dimostra molto accurata, con un livello di sensibilità che supera il 95%.

Va notato che le ecografie endoscopiche sono anche in grado di rilevare, nella via biliare o nella colecisti, calcoli di dimensioni molto contenute, sotto il mezzo millimetro di diametro: in gergo tecnico, si chiama microlitiasi.

Che cosa si può scoprire con un’ecografia

Attraverso un’ecografia endoscopica e transaddominale, inoltre, è possibile notare la presenza di una miscela di bile e materiale particolato che prende il nome di fango biliare: si visualizzano degli echi di bassa intensità collocati nella parte della colecisti declive senza cono d’ombra. Si possono riscontrare delle difficoltà in una diagnosi ecografica che riguarda persone obese o soggetti con gas intestinale.

Per ovviare a questo problema si può fare affidamento all’ecografia endoscopica, che all’estremità di un endoscopio integra un trasduttore ecografico: in questo modo si può beneficiare di una risoluzione dell’immagine più elevata anche nel caso in cui vi sia del gas intestinale.

I calcoli della colecisti

Nella maggior parte dei casi la colecistite determina un calcolo incastrato nel collo della colecisti e un aumento dello spessore della parete, che arriva a superare i 3 millimetri. Nel momento in cui la sonda ecografica va a palpare la colecisti, inoltre, si avverte dolore. La dilatazione dei dotti biliari indica un’ostruzione extraepatica: essi, visti con un’ecografia endoscopica o transaddominale, si presentano come strutture tubulari anecogene. L’ecografia può, tuttavia, non essere in grado di rilevare un’ostruzione intermittente o precoce da cui non deriva alcuna dilatazione dei dotti.

L’elastografia ecografica

Infine vale la pena di menzionare l’elastografia ecografica, che permette di misurare la rigidità del fegato e, di conseguenza, giungere a una potenziale diagnosi di fibrosi epatica. Il trasduttore usato con questa procedura genera una vibrazione da cui deriva un’onda elastica. In sostanza si misura il livello di velocità di propagazione nel fegato dell’onda: in caso di rigidità epatica la propagazione è più accelerata. Un’ecografia transaddominale permette, invece, di rilevare le lesioni focali epatiche che hanno un diametro maggiore di un centimetro. L’ecografia è in grado di identificare le lesioni focali e viene quindi sfruttata per le biopsie.


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05/Set/2020

Il reflusso gastroesofageo è una condizione piuttosto diffusa che si manifesta nel momento in cui l’esofago entra in contatto con i succhi gastrici presenti all’interno dello stomaco. Le persone che soffrono di questo disturbo dovrebbero privilegiare metodi di cottura leggeri ed evitare, invece, i cibi troppo acidi o molto grassi. La dieta che si segue, infatti, può incidere sulla frequenza e sull’intensità con le quali il problema si presenta.

Che cosa non si deve mangiare

I fritti rientrano nella categoria degli alimenti che devono essere messi in lista nera, ma non sono gli unici. Una certa attenzione, infatti, deve essere riservata anche ai cibi acidi, come per esempio il caffè, l’aceto e gli agrumi, che tendono ad agevolare il reflusso del materiale gastrico verso l’alto. Il cioccolato dovrebbe essere consumato con moderazione, come pure le uova (che in ogni caso non vanno fritte). Meglio non esagerare con i latticini: da preferire sono quelli magri e freschi, tra i quali la ricotta. Per ciò che concerne le modalità di cottura, sono da privilegiare quella alla piastra, quella al cartoccio e quella al vapore, mentre l’uso di spezie o oli non è raccomandato.

Che cosa si deve mangiare

I pomodori dovrebbero essere consumati previa cottura, ma per il resto delle verdure non ci sono differenze tra crudo o cotto. Via libera anche alle carni bianche, fatta eccezione per l’agnello e per il maiale, e vanno bene anche gli alimenti integrali. In generale, i pasti non devono essere troppo abbondanti, soprattutto se frequenti.

Quali soni i sintomi del reflusso

Il rigurgito acido e il bruciore di stomaco, che a volte si può manifestare anche dietro lo sterno, sono i sintomi tipici del reflusso gastroesofageo. Non di rado si può avere a che fare anche con un senso di digestione faticosa e lenta e con acidità. Qualora tali sintomi risultino molto frequenti si può parlare di una vera e propria malattia da reflusso gastroesofageo. Non è raro che ai disturbi si associ un’esofagite, vale a dire un’infiammazione dell’esofago. Il novero dei sintomi può essere molto ampio e includere anche mal di gola frequenti, flatulenza e gonfiore addominale, così come alito cattivo, respiro sibilante e tosse persistente. Non solo: alterazione del tono di voce, raucedine e sensazione di groppo in gola sono altre manifestazioni non sporadiche, così come il dolore al torace, l’erosione dello smalto dei denti e l’infiammazione delle gengive.

Le buone abitudini

Le abitudini quotidiane e lo stile di vita che si segue si riflettono sulla comparsa dei sintomi tipici del reflusso gastroesofageo. Ecco perché sarebbe preferibile evitare di fumare e ricorrere a tecniche di rilassamento che permettano di far sparire eventuali fonti di stress. Chi è in sovrappeso dovrebbe dimagrire, e più in generale è indispensabile cercare di mantenere il proprio peso forma. La sera non bisogna consumare pasti troppo abbondanti e nelle 4 ore che precedono il sonno è opportuno evitare l’assunzione di alcolici. A proposito di dormire: la testata del letto dovrebbe essere rialzata di una quindicina di centimetri, per esempio con l’inserimento di uno spessore al di sotto delle gambe del letto.

Quale esame per la diagnosi

L’esame diagnostico che è necessario effettuare per la rilevazione del reflusso è l’Rx esofago stomaco e duodeno con Mdc baritato per os. Si tratta di un’indagine che si basa sull’impiego dei raggi X e che prevede l’utilizzo del baritato come mezzo di contrasto che viene somministrato per bocca. Non di rado può essere adoperata anche una soluzione a base di sodio bicarbonato, come secondo mezzo di contrasto, che ha lo scopo di favorire la distensione del viscere. Grazie a questa radiografia è possibile, tra l’altro, riscontrare eventuali alterazioni, sia di carattere funzionale che di natura morfologica, del duodeno, dello stomaco e dell’esofago, cioè le prime vie digestive. Dalle 21 del giorno che precede l’esecuzione dell’esame è necessario che il paziente sia a digiuno.


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14/Ago/2020

La sindrome dell’ovaio policistico è un disturbo che colpisce circa 1 donna su 10 e che ha effetti significativi non solo dal punto di vista della salute, ma anche a livello estetico. Essa origina di solito nel periodo puberale e si contraddistingue per un aumento del volume delle ovaie e per alterazioni metaboliche ed endocrinologiche, come la resistenza all’insulina da cui deriva una condizione di iperinsulinemia.

Allo stato delle conoscenze attuali non sono ancora note e riconosciute le cause della sindrome dell’ovaio policistico: quel che è certo è che è il frutto di una alterazione del sistema riproduttivo di carattere funzionale che è dovuta da un incremento degli ormoni androgeni, cioè quelli maschili.

I sintomi della sindrome dell’ovaio policistico

Nel novero dei sintomi tipici di questa sindrome ci sono i disturbi mestruali: a seconda dei casi si può avere a che fare con cicli prolungati o scarsi, con la mancanza di mestruazioni per diversi mesi di seguito o con mestruazioni irregolari.

La sindrome dell’ovaio policistico, caratterizzata dalla presenza di multiple cisti ovariche, può anche innescare un’alopecia androgenetica (perdita di capelli), che consiste in una calvizie di tipo maschile (cioè con diradamento dei capelli nella regione frontale e dell’apice), e favorire l’irsutismo, che porta il volto e il resto del corpo a ricoprirsi di peli.

Lo stile di vita

Non è detto che la sindrome dell’ovaio policistico sia sempre correlata a una condizione di sterilità.

L’ovulazione può essere ripristinata attraverso l’adozione di uno stile di vita corretto, basato sulla perdita di peso e sull’esercizio fisico: la prima è importante per diminuire gli estrogeni e il livello di insulina, mentre il secondo contribuisce ad abbassare la resistenza insulinica.

Tali accorgimenti si rivelano utili anche per migliorare l’efficacia dei medicinali che vengono impiegati per indurre l’ovulazione. Più in generale, la prevenzione di tale condizione clinica può essere aiutata da uno stile di vita corretto, da mettere in pratica sin dalla gioventù.

Gli esami e la diagnosi

Non di rado la diagnosi della sindrome dell’ovaio policistico si può rivelare complicata. Nel caso in cui il medico di base abbia la sensazione di avere a che fare con questo disturbo può suggerire gli accertamenti clinici più adeguati, con riferimento in particolare all’ecografia pelvica e agli esami ormonali. Il controllo dell’insulinemia e della glicemia è un altro elemento che può fornire informazioni preziose.

Nella ecografia è molto importante rivolgersi ad un medico radiologo (o ginecologo) esperto che sia in grado di riconoscere i segni peculiari dell’ovaio policistico, cioè incremento dimensionale delle ovaie e presenza di cisti periferiche che ne deformano il profilo.

Troppo spesso medici poco esperti spacciano per ovaio policistico un semplice ovaio polifollicolare che cioè presenta fisiologicamente molti follicoli e non è pertanto patologico.

Le conseguenze della sindrome dell’ovaio policistico

In una donna che soffre di sindrome dell’ovaio policistico gli androgeni in circolo sono presenti in quantità superiori alla media; a livello dei tessuti periferici essi vengono convertiti in estrogeni. Ciò avviene in modo particolare in corrispondenza del tessuto adiposo, dove sono presenti molti enzimi che servono proprio a effettuare tale conversione.

Ne deriva un incremento del volume dell’ovaio abbinato a un eccesso di produzione di androgeni; così, i processi di conversione degli androgeni in estrogeni vengono a loro volta incrementati, così che si innesca un circolo vizioso da cui non si può uscire. In rari casi, l’incremento della prolattina causa la cosiddetta galattorrea, che consiste nella secrezione di latte dai capezzoli.

La sindrome durante la pubertà

Quando le manifestazioni cliniche della sindrome dell’ovaio policistico si palesano nel corso della pubertà, le irregolarità mestruali si verificano già dopo il menarca. In questo periodo, inoltre, si riscontra uno sviluppo eccessivo dell’apparato pilifero, mentre un altro sintomo comune in molte bambine è l’eccesso di peso, evidente già prima del menarca.


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14/Ago/2020

Ribattezzata in maniera impropria “gomito del tennista”, l’epicondilite consiste in un dolore che si concentra nell’epicondilo, che è il distretto anatomico situato in corrispondenza dell’articolazione del gomito.

Nel caso in cui il disturbo sia particolarmente grave, risultano impossibili o comunque molto dolorosi movimenti anche molto semplici, come per esempio versare da bere.

L’epicondilite interessa la zona sopra il gomito, e consiste in una infiammazione dei muscoli. Il segno tipico dell’affezione, che rappresenta il sintomo peculiare, è un dolore alla palpazione del tendine comune epicondileo e della zona in cui emerge il nervo radiale.

Il trattamento dell’epicondilite

Il trattamento orale del disturbo con i Fans di solito non è sufficiente: gli antinfiammatori, infatti, non dovrebbero essere assunti per più di 5 giorni di seguito, e in ogni caso ciò dovrebbe avvenire solo sotto la supervisione di un medico.

Nel caso in cui il dolore dovesse continuare, può essere consigliabile il ricorso a un trattamento di fisioterapia, anche per evitare che l’epicondilite diventi cronica (il che finirebbe per rendere la guarigione più complicata).

Chiaramente per risolvere il problema è necessario identificare l’origine del dolore e fare in modo che scompaia: per esempio se l’epicondilite riguarda un tennista, è necessario che il paziente smetta di giocare fino a quando il dolore non sarà superato del tutto.

La crioterapia

Un’altra strada che si può percorrere per la cura dell’epicondilite è la crioterapia, basata sul ricorso a una normale borsa del ghiaccio che deve essere applicata sull’area che causa dolore per 3 volte al giorno.

Ogni applicazione deve durare al massimo un quarto d’ora: non di più, poiché in quel caso si rischierebbero ustioni da freddo.

Le creme naturali come l’arnica e quelle antinfiammatorie possono essere utilizzate per degli impacchi serali: si applica la crema senza spalmarla e si usa della pellicola trasparente per avvolgere la zona.

I tutori per l’epicondilite

Per il trattamento dell’epicondilite si possono impiegare anche dei tutori, che presentano una struttura a bracciale composta da un supporto rigido. La fascia elastica deve essere indossata a una distanza di quattro dita dal gomito, proprio sopra la zona dolente, dove va posizionato il cuscinetto duro.

La tensione della fascia può essere regolata, a seconda delle dimensioni del braccio, attraverso lo strap collocato all’estremità.

La diagnosi e gli esami necessari

A essere colpiti dal disturbo sono soprattutto i soggetti di età compresa tra i 30 e i 50 anni. In molti casi il dolore all’inizio viene sottovalutato, e vengono eseguiti dei trattamenti poco efficaci mentre l’arto coinvolto continua a essere sollecitato.

È evidente, però, che se il tendine non viene lasciato a riposo qualsiasi programma terapeutico risulta vano. Tra gli esami strumentali a cui si può ricorrere ci sono la risonanza magnetica, o più semplicemente l’ecografia del gomito, che ha il vantaggio peraltro di poter essere eseguita facendo eseguire al Paziente alcuni movimenti (esame dinamico): questi accertamenti per altro sono utili anche per escludere la presenza di affezioni differenti.

La terapia topica e gli altri trattamenti utili

Per contrastare l’epicondilite si può fare affidamento sulla mesoterapia, sulla terapia con onde d’urto o sulle applicazioni di ultrasuoni.

A seconda dei casi, poi, si può prendere in considerazione il ricorso ai corticosteroidi per infiltrazioni locali o a una terapia topica basata su antinfiammatori in gel, in pomata o in schiuma. Solo in 1 caso su 10 può essere necessario un intervento chirurgico in artroscopia.


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10/Ago/2020

Chiunque di noi si sia sottoposto a un’ecografia è entrato in contatto con quel particolare gel che viene applicato sulla pelle. Ma qual è il suo ruolo? In realtà la funzione è duplice: oltre a favorire l’accoppiamento tra la sonda e la pelle, esso contribuisce ad aumentare la conduttività attraverso il derma e i tessuti sottostanti. In sostanza grazie al gel gli ultrasuoni possono essere trasmessi in maniera più efficace, anche perché esso neutralizza la resistenza che l’aria oppone alla loro propagazione. Come noto, infatti, l’aria è un cattivo conduttore per le onde meccaniche sonore.

Per avere un’ecografia in grado di offrire un’immagine che possa essere letta e interpretata con la massima chiarezza, dunque, c’è bisogno di annullare la resistenza opposta dall’aria alla propagazione degli ultrasuoni: il che è possibile proprio grazie al gel.

Le altre funzioni del gel

Il gel per ecografia è realizzato in modo tale da svolgere una funzione umettante: è per questo che al suo interno è presente il glicole propilenico.

Ma a che cosa serve bagnare la pelle? Lo scopo è quello di evitare le conseguenze della secchezza fisiologica che contraddistingue lo strato corneo del derma, che è quello che si trova più in superficie. Infatti, in presenza di una modesta idratazione si formano delle bolle di aria di piccole dimensioni che ostacolano il lavoro della sonda ecografica, e in particolare compromettono la sua capacità di trasmettere e di ricevere gli ultrasuoni grazie a cui è possibile riprodurre l’immagine degli organi e dei tessuti che sono oggetto di indagine.

Il glicole propilenico nel gel per ecografia

Il glicole propilenico è un ingrediente che si trova in numerosi prodotti: per esempio nei lubrificanti intimi, ma anche in alcuni alimenti, in vari cosmetici e nei liquidi per le sigarette elettroniche.

L’inserimento del glicole propilenico nei gel di accoppiamento per gli ecografi è finalizzato a facilitare lo scorrimento sulla pelle della sonda. Questa è una funzione la cui importanza non deve essere sottovalutata, visto che la sonda è destinata a essere spostata spesso sulla pelle del paziente: solo così il medico radiologo può avere una panoramica complessiva e accurata del tessuto o dell’organo da esplorare.

E se il gel non ci fosse

Per capire quanto è utile il gel per ecografia si può pensare a ciò che succederebbe nel caso in cui non venisse utilizzato: la pelle risulterebbe contratta e sarebbe tirata, così che la propagazione delle onde sonore di ingresso e di ritorno sarebbe compromessa. Una conseguenza sarebbe la riduzione della qualità delle immagini che l’ecografo elabora.

Il gel deve essere caratterizzato da una consistenza densa e appiccicosa: così non rischia di sgocciolare, sporcando i vestiti del paziente o costringendo il medico ad applicare delle dosi ulteriori nel corso dell’esame.

L’ultrasuonoterapia

Il gel per ecografia viene impiegato anche per le terapie a ultrasuoni, sempre per gli stessi scopi: da un lato favorire l’accoppiamento tra la sonda e la pelle e dall’altro lato agevolare la propagazione e la trasmissione delle onde sonore in direzione del tessuto a cui sono destinate.

In sintesi, è grazie al gel per ecografi che è possibile far sparire le sacche di aria che contraddistinguono lo strato più superficiale della pelle: esso può essere usato su tutto il corpo, a seconda della zona che andrà indagata.

Ovviamente i produttori di gel garantiscono che il gel non è dannoso per la pelle, non unge pelle o vestiti (deve avere solo una funzione idratante) e si rimuove facilmente con un fazzoletto di carta. Non è necessario pertanto utilizzare sapone o acqua per rimuoverlo, e se finisce per sbaglio sui vestiti non bisogna ricorrere alla tintoria, ma solo aspettare che asciughi!

Possiamo pertanto definire il gel ecografico un complemento innocuo ad una metodica innocua quale l’ecografia.


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04/Ago/2020

L’ecografia tiroidea con Color Doppler è lo strumento diagnostico necessario per la rilevazione dei noduli tiroidei: lo specialista più indicato per eseguire questo esame è il medico radiologo.

I noduli tiroidei rappresentano la patologia tiroidea più comune: si tratta di un’ipertrofia della ghiandola tiroidea che può arrivare anche ad alcuni centimetri di diametro, una formazione di forma rotonda che può essere cistica o solida.

I noduli tiroidei

Come ogni altra patologia a carico della tiroide, i noduli tiroidei sono più diffusi tra le donne che non tra gli uomini; tra i soggetti di sesso femminile di età compresa tra i 30 e i 59 anni è colpito il 6.4% delle persone. Va detto che la sua incidenza è con tutta probabilità ancora maggiore, tuttavia spesso non viene diagnosticata per la mancanza di sintomi: si è verificato che in quasi il 50% dei riscontri autoptici vengano rilevati dei noduli tiroidei.

I noduli della tiroide non neoplastici più diffusi sono costituiti da colloide e dalle cellule del follicolo tiroideo; essi vengono chiamati, pertanto, noduli colloidali.

A che cosa serve questo esame e come si svolge

Il ricorso all’ecografia tiroidea con Color Doppler è indispensabile per verificare con la massima precisione l’esistenza di una patologia a carico della tiroide; questo esame è molto importante per una diagnosi precoce, anche perché permette di identificare lesioni nodulari dalle dimensioni così ridotte da non poter essere riscontrate al tatto.

L’ecografia tiroidea con Color Doppler non provoca dolore né fastidi di altro genere; per l’esecuzione dell’esame il paziente deve essere sdraiato a pancia in su, con la testa rivolta all’indietro. Così, mentre il soggetto è in questa posizione, il medico radiologo può passare la sonda ecografica sulla pelle del collo.

Noduli tiroidei vascolarizzati e non vascolarizzati

Grazie all’ecografia tiroidea con Color Doppler si riscontrano le alterazioni strutturali della ghiandola e si monitora la vascolarizzazione della tiroide. A tal proposito ricordiamo che i noduli non vascolarizzati o con vascolarizzazione a livello perinodulare presentano un bassissimo rischio di malignità. Anche nel caso in cui la vascolarizzazione sia mista, ovvero intra e perinodulare, si ha a che fare solitamente con noduli benigni. La vascolarizzazione esclusivamente intranodulare, soprattutto se irregolare o a spot vascolari, invece, è ad alto rischio neoplastico.

I vantaggi offerti dal Color Doppler

Con l’aiuto del Color Doppler le ecografie tiroidee consentono di distinguere le lesioni cistiche e quelle solide, anche per individuare aspetti maligni che dovrebbero essere riscontrati il prima possibile. In più la tecnologia offre la possibilità di studiare con precisione varie patologie dei noduli della tiroide, per garantire una diagnosi. Insomma, l’ecografia tiroidea con Color Doppler è indispensabile in previsione di approfondimenti diagnostici successivi.

Le caratteristiche dei noduli tiroidei

Il cancro alla tiroide rappresenta l’eventualità più importante in caso di noduli tiroidei, ma è comunque estremamente rara dal momento che si riscontra in meno di 1 caso su 10 tra coloro che hanno i noduli. In altri termini, in circa il 90% delle situazioni i noduli sono formazioni non cancerose e, quindi, benigne. La proliferazione delle cellule del follicolo tiroideo è frequente per i noduli tiroidei non tumorali. Aggiungiamo l’informazione estremamente confortante che grazie alla terapia combinata chirurgica e radioterapica metabolica il cancro alla tiroide è forse una delle patologie che si cura meglio una volta fatta la diagnosi.

Si verifica una situazione di ipertiroidismo nel momento in cui l’ipofisi non riesce più a controllare un nodulo tiroideo e questo inizia a produrre da solo ormoni tiroidei, la cui quantità a quel punto diventa più elevata del normale: è ciò che avviene con l’adenoma di Plummer, o nodulo autonomo. Oltre ai noduli della tiroide vanno ricordate anche le cisti, che contengono spesso secrezione ematica e liquido. Ancora adesso, comunque, non sono ben chiare le ragioni per le quali i noduli della tiroide di tipo benigno si formano.

Solo nel caso in cui la patologia nodulare tiroidea comporta alterazioni dei valori circolanti di ormoni tiroidei si ricorre alla terapia medica che è il più delle volte una terapia sostitutiva, cioè di sostegno alla attività naturale della tiroide. Più raramente si intraprende invece una terapia farmacologica soppressiva.


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