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14/Set/2020

Per una diagnosi corretta della calcolosi della colecisti, e più in generale dei disturbi che interessano il tratto biliare, non si può fare a meno dell’imaging. L’ecografia può essere eseguita solo dopo che il paziente ha affrontato un periodo di digiuno e si esegue per via transaddominale: essa permette di ottenere informazioni strutturali e di rilevare le masse epatiche.

I pregi offerti da questa tecnica sono molteplici, sia dal punto di vista economico (è la più conveniente) sia sotto il profilo della sicurezza. L’ecografia è la procedura migliore a cui si possa ricorrere per visualizzare la colecisti e il sistema biliare in generale.

Durante il digiuno la colecisti viene rifornita di bile dal fegato attraverso le vie biliari intra-epatiche e appare distesa alla ecografia, come un sacchetto, con pareti sottili e contenuto ipoecogeno (nero) alla ecografia. E’ proprio per vedere ben distesa la colecisti che si richiede ai Pazienti un digiuno di almeno 3 ore. Durante questo digiuno ci si deve astenere anche da altri agenti colagoghi (cioè che svuotano la colecisti), come il fumo di sigaretta, le caramelle e il caffè.

Quando c’è bisogno dell’ecografia

Grazie alla diagnosi ecografica è possibile, tra l’altro, distinguere tra le cause di ittero intraepatiche e quelle extraepatiche, ma anche provvedere a una valutazione del tratto epatobiliare in soggetti che presentano dolore in corrispondenza del quadrante addominale superiore destro. Inoltre, essa consente di effettuare uno screening per eventuali anomalie che riguardano le vie biliari.

Un’ecografia endoscopica può contribuire ad affinare ancora di più l’approccio nei confronti di possibili anomalie epatobiliari, tenendo presente che un’ecografia permette di vedere quasi sempre anche i vasi sanguigni, il pancreas e i reni, misurando le dimensioni della milza per una verifica di splenomegalia.

I calcoli

Evidenziati attraverso un’ecografia, i calcoli generano degli echi intensi con un cono d’ombra posteriore il cui movimento dipende dalla forza di gravità. Per i calcoli della colecisti che hanno un diametro maggiore di 2 millimetri l’ecografia transaddominale si dimostra molto accurata, con un livello di sensibilità che supera il 95%.

Va notato che le ecografie endoscopiche sono anche in grado di rilevare, nella via biliare o nella colecisti, calcoli di dimensioni molto contenute, sotto il mezzo millimetro di diametro: in gergo tecnico, si chiama microlitiasi.

Che cosa si può scoprire con un’ecografia

Attraverso un’ecografia endoscopica e transaddominale, inoltre, è possibile notare la presenza di una miscela di bile e materiale particolato che prende il nome di fango biliare: si visualizzano degli echi di bassa intensità collocati nella parte della colecisti declive senza cono d’ombra. Si possono riscontrare delle difficoltà in una diagnosi ecografica che riguarda persone obese o soggetti con gas intestinale.

Per ovviare a questo problema si può fare affidamento all’ecografia endoscopica, che all’estremità di un endoscopio integra un trasduttore ecografico: in questo modo si può beneficiare di una risoluzione dell’immagine più elevata anche nel caso in cui vi sia del gas intestinale.

I calcoli della colecisti

Nella maggior parte dei casi la colecistite determina un calcolo incastrato nel collo della colecisti e un aumento dello spessore della parete, che arriva a superare i 3 millimetri. Nel momento in cui la sonda ecografica va a palpare la colecisti, inoltre, si avverte dolore. La dilatazione dei dotti biliari indica un’ostruzione extraepatica: essi, visti con un’ecografia endoscopica o transaddominale, si presentano come strutture tubulari anecogene. L’ecografia può, tuttavia, non essere in grado di rilevare un’ostruzione intermittente o precoce da cui non deriva alcuna dilatazione dei dotti.

L’elastografia ecografica

Infine vale la pena di menzionare l’elastografia ecografica, che permette di misurare la rigidità del fegato e, di conseguenza, giungere a una potenziale diagnosi di fibrosi epatica. Il trasduttore usato con questa procedura genera una vibrazione da cui deriva un’onda elastica. In sostanza si misura il livello di velocità di propagazione nel fegato dell’onda: in caso di rigidità epatica la propagazione è più accelerata. Un’ecografia transaddominale permette, invece, di rilevare le lesioni focali epatiche che hanno un diametro maggiore di un centimetro. L’ecografia è in grado di identificare le lesioni focali e viene quindi sfruttata per le biopsie.


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05/Set/2020

Il reflusso gastroesofageo è una condizione piuttosto diffusa che si manifesta nel momento in cui l’esofago entra in contatto con i succhi gastrici presenti all’interno dello stomaco. Le persone che soffrono di questo disturbo dovrebbero privilegiare metodi di cottura leggeri ed evitare, invece, i cibi troppo acidi o molto grassi. La dieta che si segue, infatti, può incidere sulla frequenza e sull’intensità con le quali il problema si presenta.

Che cosa non si deve mangiare

I fritti rientrano nella categoria degli alimenti che devono essere messi in lista nera, ma non sono gli unici. Una certa attenzione, infatti, deve essere riservata anche ai cibi acidi, come per esempio il caffè, l’aceto e gli agrumi, che tendono ad agevolare il reflusso del materiale gastrico verso l’alto. Il cioccolato dovrebbe essere consumato con moderazione, come pure le uova (che in ogni caso non vanno fritte). Meglio non esagerare con i latticini: da preferire sono quelli magri e freschi, tra i quali la ricotta. Per ciò che concerne le modalità di cottura, sono da privilegiare quella alla piastra, quella al cartoccio e quella al vapore, mentre l’uso di spezie o oli non è raccomandato.

Che cosa si deve mangiare

I pomodori dovrebbero essere consumati previa cottura, ma per il resto delle verdure non ci sono differenze tra crudo o cotto. Via libera anche alle carni bianche, fatta eccezione per l’agnello e per il maiale, e vanno bene anche gli alimenti integrali. In generale, i pasti non devono essere troppo abbondanti, soprattutto se frequenti.

Quali soni i sintomi del reflusso

Il rigurgito acido e il bruciore di stomaco, che a volte si può manifestare anche dietro lo sterno, sono i sintomi tipici del reflusso gastroesofageo. Non di rado si può avere a che fare anche con un senso di digestione faticosa e lenta e con acidità. Qualora tali sintomi risultino molto frequenti si può parlare di una vera e propria malattia da reflusso gastroesofageo. Non è raro che ai disturbi si associ un’esofagite, vale a dire un’infiammazione dell’esofago. Il novero dei sintomi può essere molto ampio e includere anche mal di gola frequenti, flatulenza e gonfiore addominale, così come alito cattivo, respiro sibilante e tosse persistente. Non solo: alterazione del tono di voce, raucedine e sensazione di groppo in gola sono altre manifestazioni non sporadiche, così come il dolore al torace, l’erosione dello smalto dei denti e l’infiammazione delle gengive.

Le buone abitudini

Le abitudini quotidiane e lo stile di vita che si segue si riflettono sulla comparsa dei sintomi tipici del reflusso gastroesofageo. Ecco perché sarebbe preferibile evitare di fumare e ricorrere a tecniche di rilassamento che permettano di far sparire eventuali fonti di stress. Chi è in sovrappeso dovrebbe dimagrire, e più in generale è indispensabile cercare di mantenere il proprio peso forma. La sera non bisogna consumare pasti troppo abbondanti e nelle 4 ore che precedono il sonno è opportuno evitare l’assunzione di alcolici. A proposito di dormire: la testata del letto dovrebbe essere rialzata di una quindicina di centimetri, per esempio con l’inserimento di uno spessore al di sotto delle gambe del letto.

Quale esame per la diagnosi

L’esame diagnostico che è necessario effettuare per la rilevazione del reflusso è l’Rx esofago stomaco e duodeno con Mdc baritato per os. Si tratta di un’indagine che si basa sull’impiego dei raggi X e che prevede l’utilizzo del baritato come mezzo di contrasto che viene somministrato per bocca. Non di rado può essere adoperata anche una soluzione a base di sodio bicarbonato, come secondo mezzo di contrasto, che ha lo scopo di favorire la distensione del viscere. Grazie a questa radiografia è possibile, tra l’altro, riscontrare eventuali alterazioni, sia di carattere funzionale che di natura morfologica, del duodeno, dello stomaco e dell’esofago, cioè le prime vie digestive. Dalle 21 del giorno che precede l’esecuzione dell’esame è necessario che il paziente sia a digiuno.


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14/Ago/2020

La sindrome dell’ovaio policistico è un disturbo che colpisce circa 1 donna su 10 e che ha effetti significativi non solo dal punto di vista della salute, ma anche a livello estetico. Essa origina di solito nel periodo puberale e si contraddistingue per un aumento del volume delle ovaie e per alterazioni metaboliche ed endocrinologiche, come la resistenza all’insulina da cui deriva una condizione di iperinsulinemia.

Allo stato delle conoscenze attuali non sono ancora note e riconosciute le cause della sindrome dell’ovaio policistico: quel che è certo è che è il frutto di una alterazione del sistema riproduttivo di carattere funzionale che è dovuta da un incremento degli ormoni androgeni, cioè quelli maschili.

I sintomi della sindrome dell’ovaio policistico

Nel novero dei sintomi tipici di questa sindrome ci sono i disturbi mestruali: a seconda dei casi si può avere a che fare con cicli prolungati o scarsi, con la mancanza di mestruazioni per diversi mesi di seguito o con mestruazioni irregolari.

La sindrome dell’ovaio policistico, caratterizzata dalla presenza di multiple cisti ovariche, può anche innescare un’alopecia androgenetica (perdita di capelli), che consiste in una calvizie di tipo maschile (cioè con diradamento dei capelli nella regione frontale e dell’apice), e favorire l’irsutismo, che porta il volto e il resto del corpo a ricoprirsi di peli.

Lo stile di vita

Non è detto che la sindrome dell’ovaio policistico sia sempre correlata a una condizione di sterilità.

L’ovulazione può essere ripristinata attraverso l’adozione di uno stile di vita corretto, basato sulla perdita di peso e sull’esercizio fisico: la prima è importante per diminuire gli estrogeni e il livello di insulina, mentre il secondo contribuisce ad abbassare la resistenza insulinica.

Tali accorgimenti si rivelano utili anche per migliorare l’efficacia dei medicinali che vengono impiegati per indurre l’ovulazione. Più in generale, la prevenzione di tale condizione clinica può essere aiutata da uno stile di vita corretto, da mettere in pratica sin dalla gioventù.

Gli esami e la diagnosi

Non di rado la diagnosi della sindrome dell’ovaio policistico si può rivelare complicata. Nel caso in cui il medico di base abbia la sensazione di avere a che fare con questo disturbo può suggerire gli accertamenti clinici più adeguati, con riferimento in particolare all’ecografia pelvica e agli esami ormonali. Il controllo dell’insulinemia e della glicemia è un altro elemento che può fornire informazioni preziose.

Nella ecografia è molto importante rivolgersi ad un medico radiologo (o ginecologo) esperto che sia in grado di riconoscere i segni peculiari dell’ovaio policistico, cioè incremento dimensionale delle ovaie e presenza di cisti periferiche che ne deformano il profilo.

Troppo spesso medici poco esperti spacciano per ovaio policistico un semplice ovaio polifollicolare che cioè presenta fisiologicamente molti follicoli e non è pertanto patologico.

Le conseguenze della sindrome dell’ovaio policistico

In una donna che soffre di sindrome dell’ovaio policistico gli androgeni in circolo sono presenti in quantità superiori alla media; a livello dei tessuti periferici essi vengono convertiti in estrogeni. Ciò avviene in modo particolare in corrispondenza del tessuto adiposo, dove sono presenti molti enzimi che servono proprio a effettuare tale conversione.

Ne deriva un incremento del volume dell’ovaio abbinato a un eccesso di produzione di androgeni; così, i processi di conversione degli androgeni in estrogeni vengono a loro volta incrementati, così che si innesca un circolo vizioso da cui non si può uscire. In rari casi, l’incremento della prolattina causa la cosiddetta galattorrea, che consiste nella secrezione di latte dai capezzoli.

La sindrome durante la pubertà

Quando le manifestazioni cliniche della sindrome dell’ovaio policistico si palesano nel corso della pubertà, le irregolarità mestruali si verificano già dopo il menarca. In questo periodo, inoltre, si riscontra uno sviluppo eccessivo dell’apparato pilifero, mentre un altro sintomo comune in molte bambine è l’eccesso di peso, evidente già prima del menarca.


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14/Ago/2020

Ribattezzata in maniera impropria “gomito del tennista”, l’epicondilite consiste in un dolore che si concentra nell’epicondilo, che è il distretto anatomico situato in corrispondenza dell’articolazione del gomito.

Nel caso in cui il disturbo sia particolarmente grave, risultano impossibili o comunque molto dolorosi movimenti anche molto semplici, come per esempio versare da bere.

L’epicondilite interessa la zona sopra il gomito, e consiste in una infiammazione dei muscoli. Il segno tipico dell’affezione, che rappresenta il sintomo peculiare, è un dolore alla palpazione del tendine comune epicondileo e della zona in cui emerge il nervo radiale.

Il trattamento dell’epicondilite

Il trattamento orale del disturbo con i Fans di solito non è sufficiente: gli antinfiammatori, infatti, non dovrebbero essere assunti per più di 5 giorni di seguito, e in ogni caso ciò dovrebbe avvenire solo sotto la supervisione di un medico.

Nel caso in cui il dolore dovesse continuare, può essere consigliabile il ricorso a un trattamento di fisioterapia, anche per evitare che l’epicondilite diventi cronica (il che finirebbe per rendere la guarigione più complicata).

Chiaramente per risolvere il problema è necessario identificare l’origine del dolore e fare in modo che scompaia: per esempio se l’epicondilite riguarda un tennista, è necessario che il paziente smetta di giocare fino a quando il dolore non sarà superato del tutto.

La crioterapia

Un’altra strada che si può percorrere per la cura dell’epicondilite è la crioterapia, basata sul ricorso a una normale borsa del ghiaccio che deve essere applicata sull’area che causa dolore per 3 volte al giorno.

Ogni applicazione deve durare al massimo un quarto d’ora: non di più, poiché in quel caso si rischierebbero ustioni da freddo.

Le creme naturali come l’arnica e quelle antinfiammatorie possono essere utilizzate per degli impacchi serali: si applica la crema senza spalmarla e si usa della pellicola trasparente per avvolgere la zona.

I tutori per l’epicondilite

Per il trattamento dell’epicondilite si possono impiegare anche dei tutori, che presentano una struttura a bracciale composta da un supporto rigido. La fascia elastica deve essere indossata a una distanza di quattro dita dal gomito, proprio sopra la zona dolente, dove va posizionato il cuscinetto duro.

La tensione della fascia può essere regolata, a seconda delle dimensioni del braccio, attraverso lo strap collocato all’estremità.

La diagnosi e gli esami necessari

A essere colpiti dal disturbo sono soprattutto i soggetti di età compresa tra i 30 e i 50 anni. In molti casi il dolore all’inizio viene sottovalutato, e vengono eseguiti dei trattamenti poco efficaci mentre l’arto coinvolto continua a essere sollecitato.

È evidente, però, che se il tendine non viene lasciato a riposo qualsiasi programma terapeutico risulta vano. Tra gli esami strumentali a cui si può ricorrere ci sono la risonanza magnetica, o più semplicemente l’ecografia del gomito, che ha il vantaggio peraltro di poter essere eseguita facendo eseguire al Paziente alcuni movimenti (esame dinamico): questi accertamenti per altro sono utili anche per escludere la presenza di affezioni differenti.

La terapia topica e gli altri trattamenti utili

Per contrastare l’epicondilite si può fare affidamento sulla mesoterapia, sulla terapia con onde d’urto o sulle applicazioni di ultrasuoni.

A seconda dei casi, poi, si può prendere in considerazione il ricorso ai corticosteroidi per infiltrazioni locali o a una terapia topica basata su antinfiammatori in gel, in pomata o in schiuma. Solo in 1 caso su 10 può essere necessario un intervento chirurgico in artroscopia.


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10/Ago/2020

Chiunque di noi si sia sottoposto a un’ecografia è entrato in contatto con quel particolare gel che viene applicato sulla pelle. Ma qual è il suo ruolo? In realtà la funzione è duplice: oltre a favorire l’accoppiamento tra la sonda e la pelle, esso contribuisce ad aumentare la conduttività attraverso il derma e i tessuti sottostanti. In sostanza grazie al gel gli ultrasuoni possono essere trasmessi in maniera più efficace, anche perché esso neutralizza la resistenza che l’aria oppone alla loro propagazione. Come noto, infatti, l’aria è un cattivo conduttore per le onde meccaniche sonore.

Per avere un’ecografia in grado di offrire un’immagine che possa essere letta e interpretata con la massima chiarezza, dunque, c’è bisogno di annullare la resistenza opposta dall’aria alla propagazione degli ultrasuoni: il che è possibile proprio grazie al gel.

Le altre funzioni del gel

Il gel per ecografia è realizzato in modo tale da svolgere una funzione umettante: è per questo che al suo interno è presente il glicole propilenico.

Ma a che cosa serve bagnare la pelle? Lo scopo è quello di evitare le conseguenze della secchezza fisiologica che contraddistingue lo strato corneo del derma, che è quello che si trova più in superficie. Infatti, in presenza di una modesta idratazione si formano delle bolle di aria di piccole dimensioni che ostacolano il lavoro della sonda ecografica, e in particolare compromettono la sua capacità di trasmettere e di ricevere gli ultrasuoni grazie a cui è possibile riprodurre l’immagine degli organi e dei tessuti che sono oggetto di indagine.

Il glicole propilenico nel gel per ecografia

Il glicole propilenico è un ingrediente che si trova in numerosi prodotti: per esempio nei lubrificanti intimi, ma anche in alcuni alimenti, in vari cosmetici e nei liquidi per le sigarette elettroniche.

L’inserimento del glicole propilenico nei gel di accoppiamento per gli ecografi è finalizzato a facilitare lo scorrimento sulla pelle della sonda. Questa è una funzione la cui importanza non deve essere sottovalutata, visto che la sonda è destinata a essere spostata spesso sulla pelle del paziente: solo così il medico radiologo può avere una panoramica complessiva e accurata del tessuto o dell’organo da esplorare.

E se il gel non ci fosse

Per capire quanto è utile il gel per ecografia si può pensare a ciò che succederebbe nel caso in cui non venisse utilizzato: la pelle risulterebbe contratta e sarebbe tirata, così che la propagazione delle onde sonore di ingresso e di ritorno sarebbe compromessa. Una conseguenza sarebbe la riduzione della qualità delle immagini che l’ecografo elabora.

Il gel deve essere caratterizzato da una consistenza densa e appiccicosa: così non rischia di sgocciolare, sporcando i vestiti del paziente o costringendo il medico ad applicare delle dosi ulteriori nel corso dell’esame.

L’ultrasuonoterapia

Il gel per ecografia viene impiegato anche per le terapie a ultrasuoni, sempre per gli stessi scopi: da un lato favorire l’accoppiamento tra la sonda e la pelle e dall’altro lato agevolare la propagazione e la trasmissione delle onde sonore in direzione del tessuto a cui sono destinate.

In sintesi, è grazie al gel per ecografi che è possibile far sparire le sacche di aria che contraddistinguono lo strato più superficiale della pelle: esso può essere usato su tutto il corpo, a seconda della zona che andrà indagata.

Ovviamente i produttori di gel garantiscono che il gel non è dannoso per la pelle, non unge pelle o vestiti (deve avere solo una funzione idratante) e si rimuove facilmente con un fazzoletto di carta. Non è necessario pertanto utilizzare sapone o acqua per rimuoverlo, e se finisce per sbaglio sui vestiti non bisogna ricorrere alla tintoria, ma solo aspettare che asciughi!

Possiamo pertanto definire il gel ecografico un complemento innocuo ad una metodica innocua quale l’ecografia.


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04/Ago/2020

L’ecografia tiroidea con Color Doppler è lo strumento diagnostico necessario per la rilevazione dei noduli tiroidei: lo specialista più indicato per eseguire questo esame è il medico radiologo.

I noduli tiroidei rappresentano la patologia tiroidea più comune: si tratta di un’ipertrofia della ghiandola tiroidea che può arrivare anche ad alcuni centimetri di diametro, una formazione di forma rotonda che può essere cistica o solida.

I noduli tiroidei

Come ogni altra patologia a carico della tiroide, i noduli tiroidei sono più diffusi tra le donne che non tra gli uomini; tra i soggetti di sesso femminile di età compresa tra i 30 e i 59 anni è colpito il 6.4% delle persone. Va detto che la sua incidenza è con tutta probabilità ancora maggiore, tuttavia spesso non viene diagnosticata per la mancanza di sintomi: si è verificato che in quasi il 50% dei riscontri autoptici vengano rilevati dei noduli tiroidei.

I noduli della tiroide non neoplastici più diffusi sono costituiti da colloide e dalle cellule del follicolo tiroideo; essi vengono chiamati, pertanto, noduli colloidali.

A che cosa serve questo esame e come si svolge

Il ricorso all’ecografia tiroidea con Color Doppler è indispensabile per verificare con la massima precisione l’esistenza di una patologia a carico della tiroide; questo esame è molto importante per una diagnosi precoce, anche perché permette di identificare lesioni nodulari dalle dimensioni così ridotte da non poter essere riscontrate al tatto.

L’ecografia tiroidea con Color Doppler non provoca dolore né fastidi di altro genere; per l’esecuzione dell’esame il paziente deve essere sdraiato a pancia in su, con la testa rivolta all’indietro. Così, mentre il soggetto è in questa posizione, il medico radiologo può passare la sonda ecografica sulla pelle del collo.

Noduli tiroidei vascolarizzati e non vascolarizzati

Grazie all’ecografia tiroidea con Color Doppler si riscontrano le alterazioni strutturali della ghiandola e si monitora la vascolarizzazione della tiroide. A tal proposito ricordiamo che i noduli non vascolarizzati o con vascolarizzazione a livello perinodulare presentano un bassissimo rischio di malignità. Anche nel caso in cui la vascolarizzazione sia mista, ovvero intra e perinodulare, si ha a che fare solitamente con noduli benigni. La vascolarizzazione esclusivamente intranodulare, soprattutto se irregolare o a spot vascolari, invece, è ad alto rischio neoplastico.

I vantaggi offerti dal Color Doppler

Con l’aiuto del Color Doppler le ecografie tiroidee consentono di distinguere le lesioni cistiche e quelle solide, anche per individuare aspetti maligni che dovrebbero essere riscontrati il prima possibile. In più la tecnologia offre la possibilità di studiare con precisione varie patologie dei noduli della tiroide, per garantire una diagnosi. Insomma, l’ecografia tiroidea con Color Doppler è indispensabile in previsione di approfondimenti diagnostici successivi.

Le caratteristiche dei noduli tiroidei

Il cancro alla tiroide rappresenta l’eventualità più importante in caso di noduli tiroidei, ma è comunque estremamente rara dal momento che si riscontra in meno di 1 caso su 10 tra coloro che hanno i noduli. In altri termini, in circa il 90% delle situazioni i noduli sono formazioni non cancerose e, quindi, benigne. La proliferazione delle cellule del follicolo tiroideo è frequente per i noduli tiroidei non tumorali. Aggiungiamo l’informazione estremamente confortante che grazie alla terapia combinata chirurgica e radioterapica metabolica il cancro alla tiroide è forse una delle patologie che si cura meglio una volta fatta la diagnosi.

Si verifica una situazione di ipertiroidismo nel momento in cui l’ipofisi non riesce più a controllare un nodulo tiroideo e questo inizia a produrre da solo ormoni tiroidei, la cui quantità a quel punto diventa più elevata del normale: è ciò che avviene con l’adenoma di Plummer, o nodulo autonomo. Oltre ai noduli della tiroide vanno ricordate anche le cisti, che contengono spesso secrezione ematica e liquido. Ancora adesso, comunque, non sono ben chiare le ragioni per le quali i noduli della tiroide di tipo benigno si formano.

Solo nel caso in cui la patologia nodulare tiroidea comporta alterazioni dei valori circolanti di ormoni tiroidei si ricorre alla terapia medica che è il più delle volte una terapia sostitutiva, cioè di sostegno alla attività naturale della tiroide. Più raramente si intraprende invece una terapia farmacologica soppressiva.


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09/Lug/2020

Per lo studio strutturale e anatomico del seno è possibile ricorrere all’ecografia mammaria: si tratta di un esame diagnostico per immagini non invasivo che si basa sulle onde sonore (cioè gli ultrasuoni) per identificare la presenza di formazioni di origine benigna, come per esempio fibroadenomi o cisti, ma anche per individuare in maniera precoce eventuali tumori maligni.

Un’ecografia non è altro che una metodica diagnostica grazie a cui si ha l’opportunità di esaminare in tutto il corpo i vasi sanguigni, le strutture tendinee, gli organi, i muscoli e le strutture sottocutanee: quella mammaria, in particolare, permette di scoprire tessuti infiammati, come può succedere in presenza di ascessi o mastiti, e di visualizzare le alterazioni dei linfonodi presenti nei cavi ascellari.

Come si svolge

L’esecuzione dell’ecografia mammaria prevede che la paziente si sdrai sul lettino tenendo le mani dietro la testa e il torace scoperto. In seguito la sonda a ultrasuoni viene appoggiata dal medico su un seno e sull’altro.Sulla sonda che viene messa a contatto con la pelle del seno viene applicata una piccola dose di gel conduttore, che ha due scopi: da un lato facilitare la trasmissione delle onde a ultrasuoni e dall’altro lato agevolare lo scorrimento della sonda sulla pelle.

La superficie che deve essere esaminata viene, così, toccata dalla sonda che viene mossa con movimenti a raggiera e perpendicolari.

In questo modo possono essere ottenute le immagini del tessuto mammario, che sono mostrate attraverso un monitor. Questa tecnica diagnostica garantisce gli standard di sicurezza più elevati ed è molto semplice. L’ecografia ha una durata non superiore ai 20 minuti e non è doloroso: per la sua esecuzione non c’è bisogno né di mezzi di contrasto né di farmaci. Una volta che l’esame è stato concluso, i risultati possono essere forniti subito, a meno che non vi sia bisogno di ulteriori approfondimenti che permettano di giungere a una diagnosi più certa.

L’ecografia mammaria e la mammografia

L’ecografia al seno non deve essere considerata come un esame alternativo rispetto alla mammografia, nel senso che le due indagini diagnostiche sono complementari. In particolare l’esame ecografico, nel contesto della diagnostica senologica, è ritenuta più appropriato per una corretta valutazione dei tessuti mammari densi, cioè con una prevalenza della componente ghiandolare, tipica delle donne più giovani: tali tessuti, infatti, non sempre possono essere studiati con facilità attraverso i raggi X di una mammografia.

Come ci si prepara all’esame

Non serve seguire specifiche norme di preparazione in vista di un’ecografia mammaria. La paziente deve semplicemente ricordarsi di portare e di avere con sé gli esiti delle mammografie e delle ecografie più recenti a cui si è sottoposta, così che nel corso dell’esame il medico abbia la possibilità di capire se le eventuali anomalie in cui si dovesse imbattere fossero già presenti in precedenza o siano comparse da poco.

Chi deve sottoporsi all’ecografia mammaria

L’ecografia mammaria è un esame consigliato in maniera particolare per le donne con meno di 40 anni, proprio perché – come si è già accennato – i loro seni sono più densi dal punto di vista radiologico. Più in generale, c’è bisogno di questo accertamento in tutti i casi in cui la mammografia determini la necessità di una comparazione. Il livello di precisione diagnostica per il cancro alla mammella oscilla tra il 78 e il 96%. Un esame ecografico può essere di aiuto nel caso in cui si abbia la necessità di risolvere un dubbio diagnostico quando la palpazione permette di notare delle alterazioni nodulari o se in occasione di una mammografia vengono riscontrate delle aree di difficile interpretazione o in ogni caso sospette.


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06/Lug/2020

L’aneurisma dell’aorta addominale consiste nel rigonfiamento progressivo di una parte del tratto addominale dell’aorta. Questa dilatazione patologica può essere prevenuta grazie a uno screening adeguato che consente una diagnosi precoce.

Per quanto si tratti di una malattia silente, e quindi subdola, è sufficiente il ricorso a un normale ecodoppler per riuscire a impedire che essa abbia un esito letale.

Proprio per questo motivo dovrebbe essere effettuato un monitoraggio periodico, soprattutto per quel che riguarda la popolazione a rischio (fumatori, anziani, soggetti affetti da ipercolesterolemia), tenendo conto del fatto che l’esame non è invasivo per i pazienti, essendo veloce e indolore.

I numeri dell’aneurisma dell’aorta addominale

Questa malattia ogni anno interessa in tutta Europa più di 700mila persone, delle quali oltre 80mila in Italia; ogni anno vengono diagnosticati 27mila nuovi casi nel nostro Paese e 220mila nuovi casi a livello continentale.

L’incidenza tra le donne con più di 60 anni oscilla tra lo 0.5% e l’1%, mentre aumenta tra il 4% e l’8% per gli uomini. I soggetti più a rischio sono gli uomini fumatori che hanno superato i 75 anni e che soffrono di ipertensione.

L’importanza dell’ecodoppler risulta ancora più evidente se si pensa che la diagnosi precoce è un avvenimento raro, mentre nella maggior parte dei casi l’aneurisma viene rilevato in modo fortuito.

Insomma, la prevenzione e la cura sono realtà possibili.

I rischi

La rottura dell’aneurisma rappresenta il rischio più elevato, che infatti oggi è associato a un tasso di mortalità piuttosto significativo: basti pensare che, solo nel nostro Paese, ogni anno si contano più o meno 6mila morti.

Il problema è che quasi sempre non ci sono segnali di allarme che possano essere riconosciuti; a volte sono così labili che quando si giunge in ospedale ormai è troppo tardi. Così, l’aneurisma si rompe, ed è solo a quel punto che i sintomi si fanno più evidenti, con una forte riduzione della pressione provocata dall’emorragia e dolori molto intensi nella zona addominale e alla schiena.

Che cosa sono gli aneurismi all’aorta addominale

Questo tipo di aneurisma consiste in un’alterazione di carattere patologico che interessa l’aorta, vale a dire la più importante arteria del corpo umano: quella che trasferisce il sangue dal cuore al resto dell’organismo.

In caso di aneurisma, l’arteria nella zona addominale si dilata a causa della pressione del sangue avendo perso la propria elasticità. Nella maggior parte delle circostanze, come già accennato in precedenza, la diagnosi dell’aneurisma è casuale, nel senso che essa avviene in occasione di esami effettuati per altri scopi.

Lo screening mirato

Lo screening mirato dovrebbe essere destinato ai soggetti più a rischio: ovvero gli uomini di età compresa tra i 65 e gli 80 anni e le persone affette da ipertensione.

L’intervento chirurgico solitamente si effettua nel momento in cui la dilatazione va oltre i 5 centimetri o comunque nel caso di un veloce incremento del diametro aortico; le metodiche mininvasive attuali si basano su tecniche all’avanguardia molto meno traumatizzanti rispetto alla tradizionale operazione a cielo aperto.

I fattori di rischio

Le ricerche hanno messo in evidenza un legame evidente tra il fumo e l’aneurisma dell’aorta, ma soprattutto tra questa patologia e l’ipertensione arteriosa. Gli uomini, come si è visto, sono più esposti rispetto alle donne, ma nel novero dei fattori di rischio vanno inserite anche patologie come la BPCO, l’aterosclerosi e diverse patologie infettive.

In linea di massima è possibile affermare che i soggetti in cui viene evidenziata l’esistenza di un aneurisma soffrono di ipertensione e di dislipidemia, fumano e hanno più di 45 anni. È verso di loro, quindi, che si dovrebbe concentrare la prevenzione.


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05/Lug/2020

Le ecografie muscoloscheletriche sono delle indagini diagnostiche che stanno assumendo sempre più rilevanza da quando è possibile utilizzare sonde lineari di ultima generazione ad elevata frequenza, che consentono un’analisi meticolosa dei muscoli e dei tendini.

Indicato anche con il nome di ecografia muscolotendinea, questo accertamento presuppone il ricorso agli ultrasuoni e, dunque, non comporta l’utilizzo dei raggi X, con tutti i benefici che ne possono derivare dal punto di vista della salute.

Le informazioni diagnostiche che si possono ottenere vengono fornite in tempi rapidi: in più, questa tecnica offre l’opportunità di fornire valutazioni precise in relazione alle strutture muscolari, con una distinzione delle componenti anatomiche delle articolazioni e dei tendini.

Quando c’è bisogno delle ecografie muscoloscheletriche

Si può fare riferimento alle ecografie muscoloscheletriche quando è necessario provvedere alla valutazione delle conseguenze di traumi da cui possono derivare ematomi, lesioni ai tendini, contratture, ernie muscolari o rotture muscolari.

L’impiego di una sonda permette di prendere in esame la parte anatomica su cui devono essere effettuati approfondimenti, così da beneficiare di dati in tempo reale che possono essere letti dall’apparecchio ecografico. Il radiologo, pertanto, è in grado di eseguire una diagnosi in funzione dell’immagine che ha a disposizione.

A che cosa serve una ecografia muscoloscheletrica

Questa ecografia serve soprattutto a individuare possibili interruzioni anatomiche delle fibre dovute a un evento traumatico come una distorsione, una lussazione o uno strappo muscolare, ma anche a una patologia degenerativa, come una lesione legamentosa della caviglia o una periartrite.

Di recente è diventato frequente il ricorso a tale esame per lo studio del tendine rotuleo e dei legamenti collaterali del ginocchio, al fine di valutare non solo l’entità delle lesioni, ma anche seguire il processo di guarigione che si verificherà.

L’ecografia muscoloscheletrica, infine, permette di studiare le articolazioni del ginocchio, della caviglia, dell’anca e della spalla: sono le cosiddette articolazioni accessibili, così definite perché la sonda dell’ecografo è in grado di trasmettere loro gli ultrasuoni in maniera ottimale, per un flusso di dati perfetto.

Come ci si prepara per le ecografie muscoloscheletriche

Il paziente che si deve sottoporre a una ecografia di questo tipo non deve svolgere alcun genere di preparazione in relazione a eventuale digiuno o sospensioni di farmaci da assumere.

L’esame vero e proprio prevede che sulla pelle del paziente venga applicato un gel nella zona da trattare, il cui scopo è quello di favorire un contatto migliore tra la pelle e la sonda che trasmette gli ultrasuoni.

Questa ecografia è del tutto indolore a meno che non venga eseguita in una zona in cui è presente una forte infiammazione: in questo caso si potrebbe avere una percezione più intensa della sensazione di dolore.

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23/Giu/2020

L’endometriosi è una condizione che riguarda tra il 10 e il 15% delle donne in età riproduttiva nel nostro Paese. A causa di questa patologia, l’endometrio – che è la mucosa che in genere ricopre solo la cavità uterina – è presente anche all’esterno dell’utero. Si ipotizza che la causa più probabile dell’endometriosi sia il passaggio di frammenti di endometrio verso le tube e poi nell’addome, per effetto delle contrazioni uterine che si verificano nel corso della mestruazione; ne deriva un impianto sulla superficie degli organi pelvici e sul peritoneo; a volte anche su polmone, pleura, diaframma e fegato. E’ l’unica malattia benigna a dare metastasi. La prognosi quoad vitam è eccellente, si autorisolve con la menopausa.

La diagnosi

Questa malattia riguarda quasi la metà delle donne che hanno problemi a concepire o che non sono fertili. Il picco è segnalato tra i 25 e i 35 anni di età, e sono non meno di 3 milioni le donne con diagnosi conclamata. Quasi sempre la diagnosi giunge dopo un iter molto complicato, che proprio per questo motivo ha effetti gravi anche dal punto di vista psicologico. L’endometriosi può essere definita a tutti gli effetti una malattia invalidante: il dolore si avverte non solo durante le mestruazioni, ma anche alla defecazione, alla minzione e nei rapporti sessuali. In alcuni casi si può riscontrare la presenza di sangue nelle feci e nelle urine.

I radiologi, i ginecologi e i medici di medicina generale sono gli operatori deputati alla diagnosi e al trattamento, che si pone due obiettivi: da un lato il miglioramento della qualità della vita, dall’altro lato la prevenzione dell’infertilità.

L’esame di primo livello al quale sottoporsi è senza dubbio la ecografia pelvica, preferibilmente quella combinata sovra pubica e trans vaginale alla ricerca delle cosiddette cisti emorragiche o cisti “cioccolato” (dal colore del sangue coagulato nel contesto delle cisti). In casi dubbi o negativi si ricorre poi alla Risonanza Magnetica della pelvi senza Mezzo di Contrasto, molto sensibile alla presenza di sangue. Sia la ecografia che la Risonanza Magnetica in caso di sospetta endometriosi andrebbero eseguite nella seconda metà del ciclo, ovvero nella ultima settimana che precede il sanguinamento mestruale.

Le conseguenze dell’endometriosi

Le donne con una sorella o con una madre che soffrono di endometriosi corrono un rischio 7 volte più elevato di sviluppare la malattia. Essa può essere causa di infertilità o di sub-fertilità in circa 4 casi su 10. Purtroppo la patologia ha un impatto molto forte sulle pazienti in alcuni casi per la compromissione della qualità della vita. È fondamentale la rapidità della diagnosi, affiancata a un trattamento immediato. Il ritardo diagnostico è valutato attorno ai 7 anni, ed è spesso causato da una scarsa conoscenza della malattia.

I sintomi dell’endometriosi

L’endometriosi può essere causa di un dolore persistente e cronico, fermo restando che è durante il periodo delle mestruazioni che si verifica un peggioramento della gravità dei sintomi. Spesso tra questi ci sono anche una leggera ipertermia e astenia, che si amplificano nel corso delle mestruazioni, ma possono comparire perfino fenomeni depressivi.

Le esenzioni

Sono stimate circa 300mila esenzioni dovute all’endometriosi, che fa parte della lista delle malattie croniche e invalidanti negli stadi moderato e grave (cioè quelli di III grado e di IV grado), che sono gli stadi clinici più avanzati. Le pazienti che si ritrovano in tale condizione hanno diritto all’esenzione per la fruizione di diverse prestazioni di controllo specialistiche.

Il trattamento

La terapia più efficace e in grado di garantire risultati in tempi rapidi per l’endometriosi consiste nella rimozione in laparoscopia delle isole di endometrio al di fuori dell’utero: si tratta di un intervento chirurgico che non compromette in alcun modo l’apparato genitale e riproduttivo della donna. L’operazione è poco invasiva e, in caso di necessità, può essere ripetuta più volte nel corso del tempo.

La terapia con progestinici è un’altra delle soluzioni a cui si ricorre più di frequente in conseguenza dei forti dolori: tuttavia essi possono provocare vari effetti collaterali nel caso in cui vengano assunti per molto tempo. La diminuzione del dolore è pressoché immediata; il problema è che lo stato della malattia non migliora. Insomma, si agisce solo sui sintomi ma non sulle cause del problema: non a caso, dopo che l’assunzione è stata interrotta, si assiste a una riproposizione pressoché identica di tutta la sintomatologia. Alcune volte si è assistito a un imprevedibile miglioramento del quadro clinico dopo una gravidanza, verosimilmente per il riassetto ormonale della donna dopo il concepimento.

Concludendo possiamo affermare che l’endometriosi non deve far paura in quanto non pregiudica la durata della vita, piuttosto deve essere ricercata in tutte quelle donne con disturbi del ciclo e dolori mestruali molto forti, oppure con problemi di infertilità. La diagnosi precoce può essere importante per prevenire le complicazioni più frequenti.


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